lunedì 23 giugno 2014

VINDERAL

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio.


Henry Moore  -  Double oval

Il brano che segue appartiene al romanzo Lungo il muro, ancora in via di realizzazione. Il titolo assegnato a questo articolo, Vinderal, non compare nel romanzo suddetto e viene introdotto ad esclusivo uso e consumo di questa pubblicazione.




  Boom, era troppo grossa: dire che due telecomandi da cancello sono più floreali di un calcolo algebrico con   e loge, senza escludere i popcorn e i salassi. Sarebbe come prendere un cacciavite e avvitare, dimenticando che 83 non è uguale. Madonna, ma è così semplice! Se uno apre uno scatolo e ne tira fuori dei biscotti, non può poi venire a dire candidamente fuori piove, pur sapendo che furono i vandali a saccheggiare Roma.
  L’avrò ripetuto cento volte che i biscotti non sono caramelle, e allora è fuori luogo credere che con essi sia possibile ricapitolare. Mentre in pratica con tre caramelle bisogna poi telefonare per sapere se gli abiti in lavanderia sono pronti, con altrettanti biscotti è d’obbligo affacciarsi al balcone e guardare in strada se ci sono pullman per Caserta che passano. La lavanderia non per nulla è quella a due passi, il che non significa che le motociclette non passino, ma solo che possano avere cilindrata diversa e condurre lo stesso a Caserta, a differenza di un pullman, che, andando a diesel, deve fare rifornimento.
  Il discorso ci porterebbe lontano, se entrassimo nei particolari, per cui preferiamo troncarlo qui, dicendo in conclusione che una sedia a dondolo costa. Aggiungerò solo che per fare una torta come si deve ci vuole il lievito, non trascurando che ai passaggi a livello bisogna sempre rallentare e, se per caso si vede una persona che attraversa sul nostro cammino, evitare di usare il clacson nei centri abitati e piuttosto fermarsi per darle la precedenza. Va da sé che in tali circostanze è consentito ricordare la scadenza dell’assicurazione, a patto di non dipingere quadri a olio, al massimo ad acquerello.
  Né si potrà ugualmente escogitare un’astuzia per penetrare non visti nella città di Troia, in compenso sarà opportuno prenotare un posto in pizzeria per la sera, in previsione dell’affollamento domenicale, ma fare assolutamente attenzione a compilare il modulo delle tasse, onde scongiurare. Manco a farlo apposta, tra gli esborsi dei redditi vi sono le spese dei lavori fatti in casa per riparare i tubi del bagno, che fanno testo in tema di filologia greca classica, si pensi per fare un esempio al Kamasutra, e pertanto vanno conteggiate ai fini della corretta attribuzione della paternità della Batracomiomachia.
   Considerato, però che di italiani evasori fiscali si è perso il conto, il problema sarà determinare inequivocabilmente se il cosiddetto Anonimo del Sublime, cioè colui che redasse l’omonimo trattato, fu davvero, come si afferma, Cassio Longino. Per accertarlo, converrà ricorrere senz’altro ad accertamenti immobiliari e bancari, che porteranno sicuramente alla luce la reale consistenza del patrimonio di numerosi soggetti e società, spesso di prestigio, sospettati di aggirare il pagamento dei tributi. Per di più, lo stesso Cassio Longino conobbe personalmente Apollonio Rodio, il che ci mette sulla buona strada riguardo all’intercettazione di svariati reati fiscali, come il pesce in scatola, l’aramaico, i profilati in alluminio, i frigoriferi, la metrica dei trochei e spondei.
  E i trimetri giambici, direte voi, quelli no? Qui, occorrerà ben discernere: vi pare lo stesso se un’arancia è matura e un ammortizzatore è fuori uso? Se sì, converrete che una pendrive può memorizzare tante cose, tra cui il gesso, la betoniera e il jumbo, non ovviamente la vernice blu e, se volete, l’appendix virgiliana. Se no, sarà incontestabile che aleph è una lettera araba, al basket si gioca in 7, la poesia romantica, il cemento può essere armato, uno dei segnali stradali è lo stop, ma non il mettere la firma. Tutto ciò ci permette di pronunciarci senza ombra di dubbio circa i trimetri giambici in perfetto accordo con quanto definito a suo tempo in sede giudiziaria a proposito della vicenda fiscale della Korek, che aveva evaso per dodici milioni, vicenda ben nota ai lettori.
  Tutto ciò per dire che l’impiegato al catasto Giacomo Stola aveva ricevuto giovedì scorso una ingiunzione di pagamento per un importo non corrisposto risalente a 5 anni prima e ammontante alla bella sommetta di circa 11000 euro da parte dell’agenzia di pulizie Bril. Egli naturalmente non ne sapeva proprio nulla né della Bril né di agenzie di pulizie, con quel suo modesto quartierino di 4 vani e accessori al 2° piano di uno stabile di via Melograno a Camposano, tuttavia non si sarebbe in nessun modo potuto dire che un box per auto non serva. In effetti egli, che non si spostava mai per lunghi viaggi, non sapeva che farsene, resta il fatto che le uova sode sono più digeribili. Già, c’è chi dice lo siano di più gli asparagi, benché poi, a  ben guardare, i fari anabbaglianti siano usati maggiormente degli abbaglianti. Fermo restando, però che ci sia molta irregolarità nei controlli fiscali nel nostro paese, tant’è vero in giro si sente dire che la ginnastica fa bene, alcuni fanno palestra, altri sport, altri footing, inducendo a credere la filosofia si sia diffusa già nei primi secoli avanti Cristo in ambiente romano, nonostante a quei tempi Annibale fosse ritenuto un grande condottiero. Lo stesso Annibale era Cartaginese, cosa che ci porterebbe a giudicare il jazz un genere musicale. Non come il bowling, che si gioca con le bocce, per cui o bere o affogare, cioè o paghi le tangenti o. Inversamente il ping pong si gioca con le racchette e quindi le tangenti sono già state pagate. Resta il fatto che a una lucertola puoi tagliare la coda, ma non è detto che poi la bolletta della luce sia quella.
  Giacomo Stola, orbene, era nelle peste. Che voleva questa Bril da lui? Chi aveva mai avuto bisogno di pulizie a casa sua: sua moglie si chiamava Giulia, i suoi due figli erano Sandro e Luisa, e quest’ultima, diciottenne, aiutava la madre nelle faccende domestiche, dunque? La lettera recapitatagli parlava di un pagamento arretrato, risalente a 5 anni prima, che adesso con penali cumulate era arrivato a una cifra esorbitante. Ma tant’è, se non avesse saldato entro 10 giorni, lo avrebbe perseguito per via giudiziaria, e allora immagina un po’: pignoramenti o, chi sa, un po’ di gattabuia. Stola, tipo molto meticoloso e timoroso, tutto assorbito dai suoi mediocri compiti di ufficio, non sapeva più dove battere la testa. Pensò di andare a esporre reclamo personalmente alla sede della Bril, come risultava dall’indirizzo sulla lettera e sulla fattura acclusa. Si mise in treno, come tutti i giorni, per Napoli, ma stavolta, invece di timbrare il cartellino al suo ufficio, si diresse all’agenzia Bril. Bril crediamo doveva essere anche il nome di qualche nuovo sport, che so, una specie di spaventapasseri usato dai contadini per spargere il verderame, dimodoché era ovvio che per un giro turistico alle Azzorre si doveva prendere la nave.
  Questa, però doveva essere da crociera, sennò c’era caso che Bril fosse anche una parola in fenicio antico, che stava per porta una collana al collo ed è da credere si riferisse alla fiamma di gioventù di Stola, che si chiamava Lina e che poi lo lasciò per un marinaio turco. Tasse egli le aveva sempre pagate, tangenti no, ma ciò non voleva dire che in una discoteca il volume delle casse dovesse essere smorzato, anzi sull’autostrada c’erano gli avvisi man in work. Egli così smontò dal treno a Napoli e prese la via della metropolitana. Non è che con ciò sull’autostrada non vi fossero più man in work, al contrario un turista, uscendo da un bar a Tenerife disse au wiedersen.
  E dire che un coccodrillo è africano, nel senso che un wurstel non è un hamburger, e allora come spiegare i man in work? Doveva essere sicuramente che la luna era all’ultimo quarto, altrimenti come avrebbero potuto gli evasori pagare la tangente nel nostro paese? La risposta è che non ci sono birre senza luppolo e non c’è discoteca senza chiasso. Ne ricaviamo anche quest’aurea regola: se si paga, si paghi in anonimo, per evitare.
  Stola, dunque prese per la stazione metrò più vicina all’indirizzo della Bril e, sceso dal treno, mosse a piedi verso quella meta. Non dico ch’egli fosse goloso di wurstel, ma certo le tapparelle delle abitazioni non per questo vanno chiuse di notte, al punto che in tanti giudicano Annibale più abile generale di Giulio Cesare. Tanto più che editore in Italia è sinonimo di ignorante e trappano, dal momento che non ve n’è uno solo che sia simile. Voglio dire che un elicottero, avendo le pale, può essere così. In sostanza gli editori italici non capiscono un’acca di libri e letteratura, ma, siccome gli si dà molto credito da parte dei regimi in carica, bevono anche loro acqua minerale.
  Si vede che una farfalla è colorata, sennò come potrebbe un’insalata non farsi con lattuga, pomodori, cetrioli, dunque non essere ben composta e poi condita al punto giusto, se non a patto che una donna adoperi dei cosmetici per abbellirsi il volto? Né si capisce perché un editore italico debba essere per forza padano, in particolare la birra, che a Munchen versano a fiumi, a parte il fatto che le antenne possono essere paraboliche e purtroppo i famigerati editori italici sono per lo più de Milan. Segno che un numero di telefono può essere o l’uno o l’altro.
  Quello dell’idraulico, per dire è 0812345, quello del medico 08156291, quello con la barba è mio cugino, quell’altro è un palo della luce, per il resto pare che ci sia stato un tifone al largo del Pacifico. Ignaro di quanto testé riferito, Giacomo Stola si approssimò alla sua destinazione e si trovò di fronte un grattacielo di una cinquantina di piani. Non che le melenzane fossero degli ortaggi e che le banane stessero ai tropici, quell’edificio pareva veramente interminabile, come se toccasse il cielo e Stola ebbe un po’ di vertigine. Nondimeno, accelerò il passo e s’infilò nell’atrio, cercando nella lista dei residenti se vi fosse il nome della Bril, ma non lo trovò. Doveva essere che i gatti non sono topi, cosicché i primi miagolassero e i secondi squittissero, permettendo che gli elicotteri volassero con le pale e il giorno dopo la partita di basket ci fossero i commenti. I quacqueri, per esempio sono protestanti e i sunniti musulmani.
 E i rinoceronti, domanderete? Quelli hanno il corno, per cui, non avendo la proboscide, Hegel direbbe che sono dialettici, in ciò avvalorato dalla circostanza che, quando passa un treno, il passaggio a livello deve restare chiuso. Oltre tutto, se le sbarre sono serrate, è ovvio che un uovo dev’essere sgusciato, per poter preparare sui fornelli una frittata, ma, se le sbarre sono aperte, vorrà dire che la frase può essere così formulata sono trent’anni che faccio il piastrellista.
Clan indifferenti a tutto, d’altronde sembra siano infiltrati in certi appalti edilizi, per cui un piastrellista può tranquillamente professare il buddhismo, anche se non si può a priori scartare un libro, un romanzo, per prendere un caso, conti 238 pagine. Sicuramente, però il clan lo scarterà, per la semplice ragione che l’appalto per la posa in opera delle piastrelle è già stato assegnato a una ditta collusa. La mafia, è logico, s’insinua in tante pieghe della vita nazionale, in pratica facendo sì che per stirare un paio di calzoni ci voglia il ferro, non il televisore.
  Una questione di elettrodomestico, dunque, e va da sé che o lavatrice o frigorifero o lavastoviglie, un’automobile deve sempre avere la marmitta, sottintendendo che la frazione debba essere 8/7, cioè nel gioco del bowling uno strike è il massimo. Stola, per conto suo non vi aveva mai giocato, a lui piacevano solo le carte napoletane, ma ora, lì in quel grattacielo che pareva la torre di Babele, non ci pensava nemmeno e chi sa quanto avrebbe dato per andarsene subito. Chiese qualche informazione qua e là, nessuno, tuttavia seppe dirgli nulla sulla Bril. Pareva di essere in un paese straniero in quel luogo, nessuno che ti degnasse di uno sguardo amico, chiunque non badava che ai suoi privati e segreti affari, come fossero tutti degli automi che salivano e scendevano da quei piani che non finivano mai, protendendosi fino al cielo. Prese così l’ascensore, determinato a chiarire quella storia. Naturalmente non si trattava di rispondere al cellulare pronto sto per partire ci vediamo appena arrivo e prendiamo un caffè, né di cambiare canale al telecomando, quanto piuttosto di riflettere profondamente sulla metafisica di Spinoza, in modo da stabilire se i gabbiani fossero di più o di meno. Stola risolse subito il problema, fermandosi ogni tanto a qualche piano e interrogando dove poteva, specie negli uffici e qualche volta bussando a qualche casa privata, per avere dei lumi sulla Bril. Finì che ci fu un altro canestro e il risultato fu di 80-70 a favore della squadra ospite, punteggio che giustificava le previsioni che vedevano il prezzo dell’oro in caduta libera e il termometro in salita fino a 21°, fermo restando che le piante di cocco stanno anch’esse ai tropici e gli struzzi corrono fino a 50 km/h, facendo in modo la benzina costi. Povero Stola!, la Brill era peggio di un ago nel pagliaio in quel grattacielo: maledetto indirizzo che non precisava né il piano né l’interno, e dire che c’erano anche 4 scale nel fabbricato. Gli parve di perdere la testa, come si fosse smarrito in chi sa quale paese sconosciuto, eppure era lì, nel cuore della sua Napoli, che pretendeva, lui del nolano, ma da tanti anni in servizio nella città partenopea, di sapere come le sue tasche.
  Non per nulla un giornalista costituiva il non plus ultra dell’arroganza e della saccenteria, al punto che ne contavano più loro che il calendario sulla loro carta stampata o dalle loro tivù, cui bisogna necessariamente aggiungere per la compiuta intelligenza della precedente affermazione la superficie del cilindro sia πr2h, onde sostituire l’olio nel motore appena consumato. Gli stessi contatori della luce lo dimostrano, intendo che il numero di chilowatt non corrisponde ai chilometri del tachimetro, in pratica 23167 non è quanti sono gli evasori fiscali italiani, ma il cherosene. La conta degli evasori è molto più ingente e il bello è che nessuno ci pone riparo, anzi le ostriche non sono pesci. Si pensi a tal riguardo che la I legge di Keplero prevede che l’orbita debba essere ellittica e allora come si fa poi a escludere a priori che un pipistrello non sia un uccello. Per farlo, bisognerebbe quanto meno saper giocare a pallanuoto, così almeno, nel prendere un pallone, uno non dovrebbe essere costretto a ripetere continuamente questo è un evasore e questo, e questo pure e quell’altro, senza doversi fermare per niente presto nell’elenco. E’ che in Italia ci sono gli scavi di Pompei e lì bisogna girare per visitarli tutti.
  E poi non è detto che un pinguino sia un pesce, basti dire che, per salire al 3° piano, si può prendere l’ascensore, dunque… Inoltre la scienza medica assicura che un mal di testa non dipende sempre dalla cervicale, per cui è ovvio che bisogna saper operare in borsa se si vuole che un barattolo di sottaceti di vetro non cada di mano e finisca in pezzi, con la conseguenza che la geografia non è la storia, ma tuttavia il mese appresso. Ecco, in sostanza, non è come un giornalista che dice solo balle, ma come l’altra volta. Manco a farlo apposta, Giacomo Stola pensava alla geografia. Egli si domandava se quella fosse la sua Napoli o un altro mondo. Mentre saliva e scendeva i piani di quel grattacielo interminabile, alla ricerca dell’Agenzia di pulizie Brill, egli rifletté che tutto sommato non aveva torto quel vecchio detto Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi, nel senso che avrebbe proprio avuto bisogno a quel punto di un buon caffè per tirarsi su, nello stato di depressione in cui era. Naturalmente ciò non equivaleva a cambiare la ruota della macchina, tant’è che i piccioni volano sull’acqua. Eppure, giunto al 52° piano del palazzo, l’ultimo, egli scrutò attraverso i vetri di un finestrone della scala in basso e non capì più dov’era: una vertigine lo colse, egli avvertì come una perdita di coscienza, chi era lui non avrebbe più potuto rispondere, si sentì estraneo a se stesso, egli semplicemente vegetava, era solo un corpo senza pensiero: perdersi nello spazio cosmico sarebbe stato lo stesso. Alla fine, poi, diremmo noi che in una piscina in fondo c’è l’acqua.
  Stola, però non era neppure sfiorato da quest’idea, egli da più di mezz’ora non faceva che sballottarsi da un piano all’altro, ma nessuno ne sapeva nulla di quella Brill, eppure le murene sono pesci.  Poteva mai desistere? No, se è vero che stirare degli indumenti li rende caldi. Piuttosto piegarli dopo la stiratura sarebbe stato come girare lo sterzo e premere il clacson, cosicché Stola si riebbe dal suo smarrimento e decise di riprendere a cercare. Un po’ dopo mise i piedi al 36° piano e lì provò a chiedere informazioni a un addetto di una compagnia telefonica. Sbalordì al sentirgli uscire dalle labbra che sì, la Brill era ubicata su quel paino, di fronte a quel suo ufficio fino a poco tempo addietro, ma poi era sparita e lui non ne aveva avuto più notizie. Sì, alla data della spedizione dell’avviso di pagamento a Stola era ancora lì, tutto tornava. Dunque, le carote si vendono come ortaggi e i gli alligatori hanno i denti, ma la crema al limone non si fa con l’essenza di garofano, malgrado siano le corse automobilistiche ad avere il pit stop. Che cosa se ne poteva concludere? Stola pensò che 383 è minore di 397.
  Inutile, perciò continuare la ricerca nel grattacielo, la Brill non l’avrebbe mai trovata. Si avviò malinconicamente verso la discesa e questa volta si fermò solo a terra, dove, guadagnata l’uscita, si rimise in strada, non sapendo dove battere la testa. Si vede, crediamo, che, essendo quello il suo stato d’animo, le giraffe hanno il collo lungo e stanno in Africa. Lui, cui non piacevano le caramelle, continuava a rimuginare tra sé su quella storia. A un certo punto, fosse che le navi partivano dal porto, fosse che nelle stazioni ci fosse gente, gli venne una pensata illuminante: un avvocato, mettersi nelle sue mani, e quel giorno stesso si portò per un consulto ad uno studio legale, l’unico che sapeva, a Nola, dove si era rivolto suo cognato Adolfo in seguito a una contesa processuale su un confine agrario. Non si trattava, è chiaro, di stappare una bottiglia, né di usare il crich, ma occorreva comunque fotografare. L’avvocato, tale Marcello Minfra, raccolse tutti i dati che lui poté procurargli e promise di studiare il caso, rimandandolo a qualche giorno dopo. Non si creda con ciò che un coiffeur debba sempre usare i bigodini nel fare pettinature, ma solo che i francobolli devono essere timbrati, senza contare che una stationwagon può essere una Wolkswagen. Non è, invece vero il contrario, che, quindi una camicia con i polsini e il colletto abbottonati debba essere per forza guarnita da una cravatta. No, basta che la trivella sia piazzata sul terreno. 
  Non importa che gli evasori fiscali siano tanti tra i padani, non so, le pantofole, i calzini, i guanti, né che i brasiliani siano maestri nel calcio, Stola fu convocato dall’avvocato, come convenuto e apprese dalle sue labbra che c’era poco da fare, egli era tenuto a liquidare l’importo a suo debito a favore della Brill, essendo le carte tutte in regola: anche se la ditta risultava in base a ricerche da lui condotte soppressa, tuttavia gli arretrati dovevano essere corrisposti e depositati su un conto corrente che risultava, però anonimo, contrassegnato solo dalla sigla Brinner. Si poteva contestare la prestazione lavorativa a suo beneficio, ma bisognava provarlo in tribunale e ciò avrebbe significato un difficile e incerto iter processuale, che forse gli sarebbe costato non poco. Stola era ben lungi a quel punto dal credere che un aliscafo sia simile a un motoscafo che, uscendo dallo studio legale, giudicò piuttosto che un CD.
  Il legale Minfra, al suo ritorno nel suo gabinetto, gli mise dunque sotto gli occhi come stavano le cose, e cioè la vacca è un animale sacro, ma il maiale presso alcuni popoli lo è altrettanto, per la qual cosa non è buona educazione fare eruttazioni in pubblico, ma è meglio al massimo spegnere la tivù per evitare di sorbirsi tutte le corbellerie e le gratuità che ammanniscono dagli schermi. Inoltre dichiarò che una volta era peccato mangiare carne il venerdì, ma adesso che andavano diffondendosi dappertutto gli evangelisti e i presbiteriani bisognava guardare dallo specchietto prima di avviare la macchina e mettere la freccia. Concluse che come ultima chance vi era da smentire con prove inequivocabili le sue firme sulla fatturazione con le allegate foto che mostravano i lavori in corso nell’abitazione dello Stola per ben undici mesi, di cui l’interessato non sapeva come capacitarsi. Naturalmente confutare tante circostanze così lineari e limpide era impresa davvero proibitiva e il Minfra consigliava di corrispondere l’importo preteso, a meno di fare benzina alla stazione di servizio, controllando anche la pressione ai pneumatici e facendo lavare a puntino i vetri, allo scopo di rimarcare con l’evidenziatore in verde e accomodare la lavatrice guasta.
  Stola così se ne tornò a capo chino a casa, tetro e sconsolato, già architettando in cuor suo come fronteggiare quel pagamento tanto cospicuo per lui come tanto imprevisto. Egli mai e poi mai avrebbe immaginato che le zebre non differissero e non si dovessero pagare le tangenti come in tante  amministrazioni pubbliche italiane, anzi  fossero i modem che permettono di navigare in rete, come comprova anche la grande filosofia germanica del primo ‘800. Lo stesso André Gide, egregio narratore parigino, confermò l’insostituibile ruolo del modem in informatica, quando scrisse Les caves du Vatican, senza parlare dei pessimi costumi dei prelati in La Chartreuse de Parme. Ma non è su questo che vogliamo ora intrattenerci, bensì sulle cause che portarono alla famosa disfatta di Caporetto, in cui l’esercito austriaco travolse le armi italiane. Innanzitutto, la prima, pirla.
  Poi, la seconda, certi clan letterari capitolini del tutto indifferenti usavano la parola burino nei loro libri, infine, la terza, o’ sole mio sta ‘nfronte a te non era un tweest.  Si dimenticava che, come sesta causa, anche il boogie boogie  era un ballo. A questo punto, in tema di balli, non si può passar sopra il valzer, così fine e la classica passacaglia, che, entrambi, non ci esimono dal tener presente nel giusto conto che una rata, se si deve regolare entro il 25, non si può poi liquidare il 29. Terminerò il discorso su Caporetto, dicendo che o volere o volare.
  Stola, invece, non sapeva come terminare quella sua faccenda con la Bril. Non disponeva di denari sufficienti per saldare il suo debito e pensò di accendere un prestito, per onorarlo. Due giorni appresso il suo definitivo consulto presso l’avvocato, egli si recò in banca, per trattare con il personale della sua agenzia quel mutuo. Nell’uscire dal suo condominio, distrattamente attratto dalla buca della posta, l’aprì e vi trovò una busta con l’intestazione Bril – Impresa di pulizie e lì per lì rimase di stucco. Come?, si disse, un’altra volta! Che altro vogliono da me questi? Non gli basta avermi messo sui carboni ardenti. Ora, signori miei, fa d’uopo considerare che in archeologia la datazione dei reperti si può fare anche con metodi chimici, dunque un vaso, per esempio, può essere greco o egizio o pompeiano, ma, ciò malgrado, non è dato con altrettanta sicurezza affermare che non possa essere azionato anche a mano, una volta sbloccato il congegno automatico e telefonato al tecnico per la riparazione del guasto. Qui, riguardo al cancello, bisognerebbe adesso impegnarsi su una ardua materia, quella del giusto riconoscimento della pensione di anzianità ai lavoratori dello zoo, il cui inquadramento giuridico risulta alquanto controverso. Basti dire che secondo le previsioni meteorologiche giovedì pioverà.
  Ebbene, esaurito l’argomento, torniamo a Stola. Strappata la busta estratta dalla buca della posta, egli ansiosamente la lesse, temendo qualche altra dolorosa sorpresa. E invece, come se la luna fosse al primo quarto e l’orologio segnasse le 23 e 43, egli apprese trattarsi di una ricevuta in tutto e per tutto regolare, con cui gli veniva notificato il suo pagamento della somma a debito nei confronti dell’agenzia di pulizie, per cui il suo debito era prosciolto. Non solo, ma vi era una lettera di accompagnamento, in cui con tanto di firma, la stessa, come notò, della precedente lettera con cui veniva avvisato delle spettanze da saldare, gli si riferiva di avere ricevuto la sua visita al 35° piano del grattacielo e lo si ringraziava per l’avvenuta quietanza dell’importo a suo carico nei confronti della Bril. Stola, come la prima volta stava per essere colto da un colpo per quella somma che da un momento all’altro gli veniva addebitata, ora che ormai si era rassegnato a accollarsi quel misterioso pagamento, stette lì lì per venir meno di nuovo nel venire a sapere altrettanto misteriosamente di avere assolto il suo obbligo, cosa a cui lui non aveva mai effettivamente provveduto, come mai aveva contratto quel debito. Si riebbe e in cuor suo si felicitò: comunque fosse, si era tolto quel peso dalle spalle, anche se non capiva come, né in fondo, pensò, questo per lui significava che egli aveva fatto tutto il suo dovere e, che la cosa fosse o no, com’era, spiegabile e comprensibile, dopo la tempesta era spuntato il sereno e tanto bastava. Salì quindi nuovamente nel suo appartamento, per festeggiare lì con la moglie.  A commento, dirò che non era come un film, essendo le batterie al litio.
  Infatti Annibale valicò le Alpi e colse alla spalle i Romani. Poi nella battaglia del Metauro morì il fratello e Tito Livio scrisse. Più avanti Nerone incendiò Roma e Vespasiano costruì il Colosseo. Successivamente Diocleziano stabilì la tetrarchia e Costantino il cristianesimo. Seguì la deposizione di Romolo Augustolo e la salita al potere di Odoacre, con il che la parentesi dell’impero si chiudeva, nel 476. Il numero che mi tocca ora indicare è, però, non questo, bensì 37924401965883108872455006182247295… etc. etc. etc.

domenica 22 giugno 2014

ULTIME NOTIZIE

Amedeo Modì  - Ritratto di Leopold Zborowski

A partire da questo articolo, L'eretico Bruno diviene l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblicherà a tutti gli effetti legali le sue produzioni letterarie (già per la verità presentate in passato per certe pagine). Si diffida chiunque dal riprodurle in parte o integralmente, essendo protette dal diritto d'autore.
Solo a meditare sul nome del mio blog, L'eretico Bruno, si resterà sorpresi dalla sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E purtroppo, se da un lato come autore il paragonarmi ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certa ambienti e clan a me ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio.

giovedì 5 giugno 2014

MEGLIO DI NULLA


Artinvest2000. Braque Georges, "Violino e brocca" 1910, Olio su tela 117x73. Kunstmuseum, Basilea.
Georges Braque -  Violino e brocca




Sono finite le parole per accompagnare la mia poesia. Eccola, nient'altro, salvo che è scritta per caso in italiano, ma lo poteva essere in una qualsiasi altra lingua.




IL SOLITO DISCO


Farà pure scirocco d’un novembre
maggio e d’un liberty una casa nuova
un restauro, niente potrà quelle ombre
riverniciare di luce, mai riva
toccherà più la stessa onda, nessuna
luminosa aurora risveglierà
Pompei dal suo sonno e  il Fauno o la luna
sotto il Cancro abbagliante tingerà
più come un angelus la mezzanotte.
Calarono quelle ombre piedi vandali
su archi e obelischi tra il traffico e ditte
e su templi tra strisce pedonali,
imposero quei veli oscuri al giorno
quella mano che mutilò al nocciolo
i suoi  rami, sul tardi quel telefono
che squillò per l’addio, quel lampo al melo
che bruciò anche le ali della capinera.
Per il veliero in viaggio alle colonie   
l’abbordaggio della bandiera nera,
ai merli quella colla nelle panie.

                                                                       Gerardo Allocca




domenica 4 maggio 2014

L'ELISIR DI GIOVENTU'

Image © Board of Trustees, National Gallery of Art, Washington, D.C.; used with permission
Georges Braque - Le jour


Quando nella vita si è destinati all’insuccesso, non va mai liscia: è questa la massima che sembrerebbe ricavare dalla novella di Italo Svevo che intendiamo presentare.
E’ il caso del dottor Menghi, al centro di questo racconto, il quale per ben due volte crede di aver inventato un toccasana per ringiovanire e per ben due volte fallisce, con l’aggravante che la seconda volta testa il medicamento prima su se stesso, alterandosi la vita, tanto, egli crede, da trasformarsi in una specie di delinquente, poi sulla madre in punto di morte, che comunque perisce, non dopo d’essere divenuta, causa lo specifico del figlio, un essere passivo e insensibile. Menghi è un altro tipo della vasta galleria di Svevo degli inetti: è uno dalla sorte eletto al fallimento. Anche lui, come tante creature di Svevo, vorrebbe essere un benefattore dell’umanità, ma alla fine tutt’al più ne diventa un malfattore. L’umanità, sembra suggerire l’autore triestino, non è redimibile, qualunque tentativo di riscattarla è per ora velleitario: ci sarà un’esplosione immane…, così si conclude La coscienza di Zeno.



I due elisir di Menghi, il primo accelera le funzioni vitali e ringiovanisce sì, ma accorciando la vita, per una velocizzazione dei processi organici, il secondo, lo specifico da lui chiamato Annina, rallenta i meccanismo biologici, quindi li allunga, ma con l’effetto di appassire la vita, portando ugualmente a una fine prematura, che egli sperimenterà su se stesso.La stessa vita culturale italiana dell’epoca di Svevo, che lo tenne volontariamente ai margini della scena pubblica, allora dominata dall’istrioneria del D’annunzio e da una pletora di figure insignificanti, gradite al regime politico sulla cresta, sembra inguaribile, non si può, suggerisce quasi l’autore della Coscienza, strappare alla sua amorfa cristallizzazione, fondata sul potere di clan e lobby, che soffocano qualunque cambiamento.
Nel racconto di Svevo notiamo i soliti caratteri della sua prosa, carica di tinte misteriose e, con il suo disagio a scrivere in un italiano limpido (fu detto a suo tempo del suo scrivere male, che un po’ non si può negare data le sue anomalie lessicali, grammaticali e sintattiche, ma che nulla toglie al timbro della sua prosa e ai suoi valori narrativi), di impressioni di ambiente borghese primo novecento, se vogliamo un po’ crepuscolari, sia pure prive di qualsiasi stucchevolezza e ingenuità.
Di particolare questo racconto ha un po’ di stevensoniano, alla dottor Jeckill, ma qui lo stevensonismo è capovolto. Svevo non ricerca, come l’autore inglese, in armonia con il mondo positivista, la nuova dimensione umana, poi rivelantesi distorta e aberrante di mister Hyde, egli insegue una ricetta salvifica per l’uomo, un uomo già vittima del mal du siècle, fa appello alla scienza per recuperare un uomo compromesso. Non è l’apogeo della scienza positivista che ritroviamo ne Lo specifico del dottor Menghi, come invece è nel Dottor Jeckil dello Stevenson, ma  piuttosto l’estremo richiamo al potere faustiano della scienza, in un’epoca già divenuta scettica verso il positivismo come il primo novecento, per reintegrare la sanità morale dell’umanità ormai in crisi. E mentre con lo Stevenson la scienza celebra il suo trionfo addirittura trasformando l’uomo, benchè in maniera brutale e biasimevole, con lo Svevo tocca con mano il suo fallimento, non riuscendo nel suo scopo, ma finendo per causare la morte delle cavie umane da esperimento,  il dottor Menghi e sua madre. Uno Stevenson capovolto, dunque, questo Svevo già maturo (risalirebbe al 1904) del nostro racconto.
L’autore triestino, a quei tempi, già forte dell’esperienza dei suoi primi due romanzi, disegna in queste pagine la figura di un altro inetto, il dottor Menghi, addirittura così ingenuo da dover essere ingannato sulla bravura delle sue arti di sperimentatore.

– Grazie! – disse il presidente dottor Clementi che aveva finito di leggere. –– E pensare ch'io sono stato l'amico di quell'uomo a tale punto che a forza di simulazione arrivai a celargli la vera natura del suo insuccesso con l'alcole Menghi. Debbo però dirvi prima che son io quell'avversario cui egli allude e che avrebbe creata la famosa teoria dell'abbreviazione dell'esistenza mentre io subito compresi che quel siero non aveva efficacia che quella dell'etere in cui era disciolto. Non mi vanto di tale bontà ch'è spiegabile col fatto ch'io ero medico di casa del dottor Menghi e che costui era uno di quelli che bisogna secondare.
 - Ah!
– A proposito! Capisco ora perché ci siano tante insolenze al mio indirizzo in questa memoria: Anni or sono pubblicai uno studio: Lo scienziato paranoico e il dottor Menghi credette di ravvisarsi nel mio soggetto. Negai ma egli evidentemente non me la perdonò più.

Menghi, dunque doveva essere illuso di essere un grande scienziato e il sentirsi dare del paranoico gli aveva guastato l'amicizia del Clementi. Ma egli credette fino all'ultimo di aver compiuto grandi scoperte scientifiche e fu solo per evitare dei danni irreparabili all'umanità se egli preferì tacere sui segreti del suo secondo specifico, come fosse colui che, avendo inventato un potente armamento di distruzione, ne nascondesse la formula agli uomini per evitare ad essi l'annientamento. Il Menghi, dunque finisce nella tomba con la convinzione di essere doppiamente un benemerito, uno perché scopritore di uno straordinario medicamento, due per non aver ceduto alla tentazione di trasmetterne i segreti ai suoi discendenti, onde scongiurarne gli effetti gravemente deleteri.  E' come dire: avevo trovato il mezzo per trasformare le persone, ma mi sono accorto che li avrebbe peggiorati ancora di più e ho saputo tacere, ma sono ugualmente un grande personaggio per entrambi i motivi. Leggiamo dal racconto:

L'assemblea di scienziati cui mi dirigo difficilmente potrà comprendere come io abbia potuto rinunziare alla gloria. Oh! Ve ne prego: Ammettete per un istante che uno degli inventori dei terribili esplosivi moderni avesse esitato di comunicare alla nostra umanità immatura la sua invenzione, lo comprendereste voi?

Purtroppo egli s'inganna due volte e Clementi lo definisce lo scienziato paranoico, siccome le sue scoperte non solo sono inconcludenti ed inefficaci, ma sono come l'uovo di Colombo, aver scoperto l'acqua calda: credere, ad esempio con il suo primo specifico, l'alcole Menghi, di aver trovato il mezzo per ringiovanire l'umanità sia pure a prezzo di abbreviarne l'esistenza, mentre invece non si tratta degli effetti esaltatori dell'etere contenuta nello specifico. Ed ecco come il Menghi descrive il suo primo ritrovato scientifico miracoloso:

Molti anni or sono, con precipitazione giovanile io proclamai la mia scoperta di un siero atto a ridare istantaneamente ad un organismo vizzo la prisca gioventù. Fu poi provato che la gioventù data da me durava troppo poco ed un mio avversario cui non serbo rancore per quanto m'abbia ferito con tanta malizia, asserì che la mia gioventù non era altro che una corsa pazza alla vecchiaia. Lo riconobbero tutti però: io avevo scoperto uno stimolante incomparabile superiore a tutti quelli finora in uso. Nella mia superbia sdegnai di vantarmene: non era un risultato adeguato allo sforzo per fermare la gioventù, di scoprire uno stimolante anche esso di applicazione limitata perché non assimilabile che da organismi dotati ancora di piena vitalità. Ne parlo perché oggi io amo quella mia bella scoperta che abbreviava la vita ma la rendeva intensa mentre la scoperta di cui ho da parlarvi e che raggiunse il suo scopo mi fa ribrezzo. Parlo della prima anche perché ha relazione diretta con l'argomento per cui scrissi questa memoria. E non è per difendermi ma per schiarire che io neghi che il mio avversario abbia avuto ragione asserendo che il mio specifico meritasse la definizione di alcole Menghi. Il mio specifico è toto genere differente dall'alcole. L'alcole rallenta il ricambio della materia; il mio lo precipita, ed è così che, mentre l'alcole impaccia il lavoro del cuore fino ad esaurirlo, il mio specifico la facilita tanto che l'organismo intero vi soggiace. Notate: l'organo che è la sorgente della mia vita non trovando ostacoli in un organismo tutto vitale esorbita e uccide. Il dottor Clementi mi aiutò a costruire tale teoria che seppelliva la mia scoperta; anzi – lo riconosco volentieri – le parole sono tutte sue. E questa teoria, anzi queste parole, dovevano condurmi diritto diritto all'antidoto dell'alcole Menghi.

Così Menghi cerca di preparare un farmaco che rallenti le funzioni vitali e così allunghi i nostri giorni

Mai pensai di aver trovato la pietra filosofale, la vita eterna; io dovevo arrivare ad un'economia delle forze vitali per la quale la vita fosse allungata incommensurabilmente. E mi sarebbe bastato! Mi sarebbe bastato di poter dire Il all'artista e allo scienziato: Ecco! La vita non è breve più neppure per voi!

E che gli riuscisse addirittura di trovare il segreto della genialità? Si legga:

Trovo fra le mie carte il bollettino su cui registrai la mia scoperta. Porta la data del cinque Maggio. Io non sono superstizioso ma la coincidenza di date è pur strana: Il cinque Maggio è una data che si chiama Napoleone, l'uomo il cui polso batteva all'unisono con l'orologio. Il ricordo del grande dalle sessanta pulsazioni normali mi diede una speranza che mi rese addirittura malato. Se oltre che all'allungamento della vita io giungessi a qualche cosa d'altro e di più alto ancora.

Non c'è che da saggiare lo specifico prima su animali e poi sulla sua stessa persona

Svegliai mia madre alla mattina per presentarle il frutto del mio lavoro. Essa si vestì in un attimo e mi seguì al laboratorio ove poco dopo un coniglio ricevette la prima iniezione che fosse stata fatta con l'Annina. Lasciato libero l'animale mi volsi a mia madre e le dissi additandoglielo sorridendo: – Ecco il primo longevo. Mia madre guardava invece la povera bestiola aspettandosi di vederla morire. Il fatto ch'essa invece visse fece restare ammirata mia madre. Ciò che non era altro che l'applicazione al mio siero di un processo inventato da altri destò in lei la maggior meraviglia che non la mia stessa idea originale. Solo in questo si manifestò in lei la mancanza di preparazione scientifica.
Il coniglio cui era stata praticata l'iniezione presentò varii fenomeni. Cessò di mangiare per molte ore e quando mangiò, confrontato con gli altri conigli in mezzo ai quali l'avevo posto, appariva meno vorace e più lento nei movimenti. Salvo quando si scuoteva, era evidentemente colto da una specie di stupefazione e mamma l'osservò tanto ch'ebbe una frase forte e caratteristica che allora mi piacque immensamente: – Pare sepolto nel suo corpo!
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Dove m'avrebbero condotto le esperienze sugli animali? Anche arrivando a constatare in essi quel mutamento di vita consono – secondo le mie teorie – al loro mutamento fisico, non mi sarei trovato avanzato di molto. No! Solo la constatazione di un mutamento di tutta la funzione vitale – mutamento che in gran parte doveva sfuggire alla verifica mediante istrumenti – poteva giovarmi. Non ebbi esitazioni! Quella stessa sera avrei iniettato l'Annina nel mio proprio sangue. Rinacque in me la più viva speranza.

Ma purtroppo egli scopre su se stesso che il suo specifico porta a una specie di negazione della vitalità, poiché rallenta tutte le azioni del corpo

Poco dopo, chiusomi nella mia stanza, mi praticai un'iniezione di Annina. Ne adoperai una dose molto maggiore di quella usata pel coniglio che non mi parve abbastanza anninizzato. Devo confessarlo: Mettendo il liquido nel tubetto mi tremava la mano e il cuore mi batteva. Qualche cosa di simile deve aver provato quel coraggioso inventore che fece passare attraverso il suo corpo duemila volts di forza per provare l'innocuità della corrente alternata. Avrei forse agito più prudentemente rimandando l'esperimento al giorno seguente e notando nel frattempo la mia scoperta perché fosse sperimentata ulteriormente da qualche mio collega. Ma non seppi attendere. Presi un foglio di carta, lo posi sul tavolo da notte assieme ad una matita per fissare subito sulla carta le osservazioni fatte.
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A quest'ora, seduto qui al tavolo io so che il tempo fa diminuire l'effetto dell'Annina. In undici ore constatai in me tre stadii. Il primo di cui non so la durata era stato contrassegnato dalla perdita totale dei sensi. Nel secondo ebbi la mente lucidissima ma i movimenti lenti e penosi; anzi lo caratterizzerò così: Niente percezione senza volere. Nel terzo, non ristorato dal sonno perché ad esso non arrivai mi ritrovai capace di un lavoro seguito quale è quest'annotazione. Nella notte intera deve aver persistito in me un offuscamento di coscienza. Tant'è vero che non m'ero fatto un rimorso di aver trascurato le annotazioni per le quali avevo corso tanto rischio. Forse da ciò mi risultò un disagio sordo un malcontento che mi guastò la notte meravigliosa tanto che guardando dietro di me mi appare sgradevole quale la notte di un infermo. Concludo: Per godere del riposo che dà l'Annina, bisogna non averla inventata.

E, quando l'effetto dello specifico termina, l'organismo reagisce con un'ipereccitazione contraria.

Il caso volle che quando nell'organismo di mia madre l'effetto dell'Annina fu evidente, il mio organismo se ne liberò del tutto e con la stessa violenza con cui vi era soggiaciuto. Fui preso dagli stessi sintomi: Un'agitazione che mi toglieva il respiro e nell'orecchio degli scoppii che parevano dovessero infrangermi il timpano. Dovetti abbandonare mia madre temendo di perdere i sensi. Uscii sulle punte dei piedi. Prima di chiudere l'uscio dietro di me potei accertarmi che mia madre non s'era accorta ch'io m'ero mosso.
Corsi al mio letto. La mia agitazione arrivò a un punto che sono convinto si avrebbe potuto assaltarmi, uccidermi e non mi sarei ribellato. Tanto ero intento a studiare la cosa importante che in me avveniva. Ma non perdetti i sensi. Sentii di traspirare come dopo un bagno caldo e l'agitazione perdette un po' della sua violenza. Subito dopo mi sentii pervaso da un dolce tepore e godetti di un benessere intenso, inaspettato. Fin qui non avevo mai detto a me stesso che lo stato in cui m'aveva gettato l'Annina equivalesse ad una malattia. Ora lo capivo dal fatto che io entravo in una convalescenza rapida quasi violenta. Sentivo nella mia testa un'azione forte, riparatrice che io pensai dovesse somigliare al processo di epurazione che succede a forme leggere di emorragia cerebrale. Così, dunque, io avevo iniettata a mia madre una nuova malattia? Ricordai mia madre e la sua fine vicina e l'Annina fu per un istante dimenticata. Mi misi a piangere e singhiozzare come un bambino; l'improvviso dolore fu tale che lo sfogo di lagrime e singhiozzi non fu sufficiente e mi dimenai su quel letto come un ossesso.



Mentre è ancora sotto l'effetto della sua droga, Menghi riceve la notizia dal dottor Clementi che la madre è in fin di vita, probabilmente per un aneurisma e, sicuro ormai che essa è spacciata, tenta il tutto per tutto: le somministra il suo specifico, l'Annina, sperando le prolunghi la vita. Ma ecco qual è il risulato dalla bocca stessa della madre morente:

Disse: – Come hai potuto immaginare una cosa tanto orribile? M'hai sepolta viva, tu! Una volta hai detto che quell'orribile cosa cristallizzava il corpo umano... io volevo, io volevo movermi, gridare, e non potevo e tutto era morto in me fuori che il desiderio di vivere, gridare, movermi... sepolta viva... e ti vedevo e soffrivo che tu vivessi. Baciami ora! Fammi sentire anche il calore dell'affetto... tutto calore, tutta vita anche se sto morendo... Oh! Baciami e piangi pure con me. Tu hai pensato di fare il bene di tutti e invece la tua invenzione non è altro che un nuovo flagello. Oh! Poverino! Come potrai ora consolarti di perdere nello stesso tempo e tua madre e il tuo grande lavoro? Ma lo devi! Giurami che mai più metterai in un corpo umano una simile cosa... e neppure nel corpo di un povero animale creato dal Signore! Giuralo! Io giurai! Poi piangemmo lungamente insieme. Parevano lagrime di consolazione mentre essa moriva. Perché ripetere le sconnesse parole della povera moribonda quando io meglio che ogni altro so tradurle in parole più lucide e conscienti perché ne compresi tutto il senso e indovinai per l'analogia con quelle provate da me le sensazioni da cui erano uscite? La povera donna non animata dalla forza di volere che m'aveva diretto nella prova su me stesso, non aveva potuto trovare la vita neppure nella contemplazione di singoli oggetti. Nel suo povero corpo l'Annina aveva trionfato del tutto.Il solo cervello aveva continuato a lavorare ma solo per darle la conscienza della sua mancanza di vita. Essa cessò di parlare e di bearsi della riacquistata libertà, soltanto per morire. L'eccesso di vita prodotto dalla reazione dell'Annina era stato troppo violento per il suo cuore già ferito.

Alla fine il Menghi dichiara che non fu solo per il giuramento fatto alla madre che ha rinunciato a rendere pubblica la sua scoperta, ma per la convinzione che essa rendeva l'uomo un delinquente. Egli, infatti aveva notato che i delinquenti hanno la vita rallentata, proprio come faceva il suo farmaco, rallentava le funzioni vitali. E non era stato Lui stesso un delinquente, a somministrare alla madre lo specifico, pur sapendo che poteva farle male?

E debbo dire ancora una parola. Fu anzi per poter pubblicare questa parola ch'io scrissi questa memoria. Non è solo per il giuramento fatto a mia madre ch'io lascio seppellire con me la mia scoperta. Come posso io consegnare ai nostri contemporanei un simile filtro? Ma pensate! Ne bastarono poche gocce per fare di me un delinquente! Quando sento i psichiatri disperarsi per non saper riscontrare nei delinquenti un sintomo specifico comune, io sorrido! Non hanno gl'instrumenti per riscontrarlo!
Eppure il carattere del delinquente da me verificato nell'ordine fisico è confermato dall'aspetto morale del delinquente. Non vedete ch'esso ha una vita ristretta, piccola, che non passa la sua propria epidermide mentre l'altruista ha tanta esuberanza di vitalità da poterne far dono generoso a tutto il mondo. Non tutti i delinquenti tradiscono la loro miseria, ma osservate, osservate e troverete che in tutti esiste un'attenuazione di vita. Restiamo perciò mortali e buoni. Ho distrutto l'Annina e l'umanità può essermene riconoscente. Accetterei persino di somigliare al dottor Clementi piuttosto che di calmarmi in una deficienza di vita.

Menghi si accontenterà di rendere pubblico ad una ristretta schiera di scienziati con quella memoria la notizia della sua scoperta

Ho deciso che la mia invenzione muoia con me ma non so risolvermi a conservare il segreto sulle strane esperienze che con tale invenzione mi è stato concesso di fare. Non potendo perciò mettere a disposizione di tutti il materiale che servì a me per i miei esperimenti, mi sarà difficile di far credere nella verità di quanto sto per esporre. Mi sostiene la fiducia che le mie parole, essendo tutte basate su fatti controllati con la massima accuratezza, portino impresso il segno della verità. Perciò la mia memoria non è destinata al grande pubblico che tale verità non saprebbe riconoscere ma ad una cerchia ristretta di scienziati


Svevo, dunque con questo racconto dipinge un nuovo fallito, non come in Verga un vinto: In Verga il vinto è colui che fallisce nei fatti, nella vita materiale e, secondariamente in quella interiore. Il fallito sveviano è un fallito interiore, uno che sperimenta la sua incapacità umana ad aderire alla realtà. Così Zeno Cosini, il protagonista de La coscienza di Zeno, non fa fortuna negli affari, ma è ugualmente un inetto, uno che ha la consapevolezza di non essersi realizzato e di avere giocato a dadi con la vita, e, pure se gli è andata bene, non ha mai sul serio vissuto autenticamente?
Il Menghi gioca la sua vita nella ricerca della medicina miracolosa e ne prepara due, nessuna delle quali dimostra di potere essere efficace, anzi in tutti e due i casi egli scopre che il suo preparato è controproducente, è più danno che beneficio. L'umanità, dunque, fuor di metafora, è irredimibile, non ci sono cure che valgano, non può che perpetuare la sua malattia, quella che Zeno Cosini avverte in sè, quella che avvertirono altri scrittori del novecento, come Thomas Mann, e che potrà forse  portarla un giorno, come si legge nell'explicit del suo capolavoro:

Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo  fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile... Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto sarà massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie.

Una parola di sconforto, dunque, quella dello scrittore triestino?  Forse un filo di speranza c'è, almeno in questo racconto, se è vero che egli scrive:

Restiamo perciò mortali e buoni. Ho distrutto l'Annina e l'umanità può essermene riconoscente.

Forse questo racconto apre delle possibilità all'uomo, gli indica di accettarsi così com'è, con le sue insufficienze e le sue crisi, pur di proseguire il suo cammino sulla terra. Da Lo specifico del dottor Menghi ci giunge, quindi un messaggio di fiducia, nonostante tutti i mali che affliggono il nostro tempo.

Georges Braque - Le petit provencal

giovedì 3 aprile 2014

DUE PROFETI DELLA MUSICA

Antoine Watteau - La proposition embarassante


Chiunque udisse dire che le composizioni musicali del primo settecento si definiscono barocche avvertirebbe se non altro un senso di falso all'orecchio, qualcun altro addirittura penserebbe alla solita balla di turno. Sarebbe, infatti facile paragonare una tale asserzione alla svista grossolana che si prenderebbe parlando, per esempio di un Metastasio o di un Rolli, Frugoni o Zappi come di autori barocchi, il che è ridicolo.
Eppure, la musica scritta grosso modo nella prima metà del settecento ebbe proprio i caratteri del barocco e non si gridi allo scandalo. Era una scrittura, strumentale o vocale, ad ampie volute, di una sovrabbondanza stilistica, talora parossistica, che ben si accorda con il virtuosismo esibizionistico del modellato del Bernini, maestro dell'arte secentista. Più che manifestare in pochi tratti un'idea o un'emozione, i compositori di quel tempo (il primo settecento, per l'appunto) badavano a elaborare complesse strutture formali entro le cui maglie era da individuare un significato. Così sono imbastite le pagine di Georg Friederich Handel, come d'altronde anche quelle di Johan Sebastian Bach, come pure quelle di Domenico Scarlatti, Antonio Vivaldi e Gianbattista Pergolesi e più tardi Domenico Cimarosa, Antonio Paisiello e così via, in generale, cioè nei musicisti contemporanei, in chiave, quindi di esaltazione dell'intelaiatura espressiva come valore artistico.
La parentesi barocca in campo musicale era stata aperta già nel secolo prima qui in Italia con i vari Monteverdi, Frescobaldi, Carissimi, i quali avevano portato a maturazione il linguaggio rinascimentale, rendendolo più ricco, elaborato e sensibile. In essi, soprattutto nel primo, si coglie la ricerca del suono innanzitutto e della piacevolezza dell'effetto.




Ma è con la musica napoletana, vocale del Pergolesi e strumentale dello Scarlatti figlio, e con quella veneziana di Vivaldi che di qua dalle Alpi si verifica un irrobustimento del fraseggio, il quale, pur sempre in un clima barocco, tende verso una maggiore densità comunicativa. Una simile evoluzione viene a delinearsi anche nella produzione dei due musicisti-chiave d'oltreconfine dell'epoca, Bach e Handel.
Se, però, nei due grandi appena nominati si assiste alla piena esplicazione della tecnica musicale barocca, che raggiunge nei due tedeschi (per la verità Handel si trasferì nel Regno Unito assai presto, per cui potrebbe anche chiamarsi britannico) raggiunge livelli di alta perfezione, specie in Bach, dov'essa si coniuga con un saldo retroterra spirituale, quello del luteranesimo, nel napoletano Domenico Scarlatti, come in un certo senso nel contemporaneo Gianbattista Pergolesi a Napoli, e nel veneziano Vivaldi, diversamente, l'arte del suono sembra compiere due passi in una volta, anticipando, pur nel quadro di una resa schiettamente barocca, la fioritura musicale del secondo settecento, che trovò nel mozartismo e nell'haydnismo il suo fondamentale sviluppo.




Ascoltando i lavori di Scarlatti, ci sentiamo immersi di colpo nella Napoli del principe illuminato Carlo III, ed ascoltando quelli di Vivaldi sembra di essere trasportati di sana pianta nella Repubblica veneta del tempo, in loro, cioè si rileva molto colore locale e temporale, laddove, per esempio, un brano di Handel fa pensare più all'epoca dell'assolutismo monarchico di marchio hobbesiano e uno di Bach al trionfo della Riforma in Germania con la Guerra dei Trent'anni: insomma con gli ultimi due si viene catapultati nella storia del secolo prima, il XVII.





In Scarlatti (e ancor di più nel suo successore a Napoli Domenico Cimarosa), come in Vivaldi, c'è dunque una maggiore contemporaneità di sfondo rispetto ai predetti due musicisti esteri dell'epoca, i quali sembrano guardare piuttosto al passato, laddove essi hanno l'occhio verso il presente e, per molti versi proiettato verso il futuro.
Nelle 500 e più sonate per clavicembalo (trasposte molte per pianoforte successivamente per mano altrui) del napoletano, il continuum barocco si sposa con una leggerezza di tono e, soprattutto una spigliatezza e agilità di cadenze che sono tutte settecentesche, come i minuetti e i rondò che caratterizzeranno tanta moda musicale più tardi nello scorcio del secolo. Nato nel 1865 nel capoluogo campano, egli fu al servizio della corte napoletana, continuando la tradizione del padre Alessandro, operista. I due termini entro cui si inscrive la suaproduzione sono, poco fa illustrati, ossia il pesante continuum barocco e la grazia scanzonata del rococò, l'equivalente del momento culturale che allora viveva Napoli, impersonata in un certo senso dal principato illuminato di Carlo III. Presa tra l'incudine e il martello, vale a dire tra l'obbedienza all'etichetta di facciata del potere spagnolo, rigidamente assoluto e gesuitico, e il bisogno di una maggiore libertà e spregiudicatezza di vita, non legata oltre tutto a cerimonie e pratiche cattoliche e cortigiane, la Napoli di allora si avviava verso l'aurea stagione dei Filangieri, Galiani, Genovesi e della susseguente Repubblica per così dire giacobina del 1799 (il periodo, crediamo, più splendido della storia di Napoli) e Scarlatti fu di quella premessa epocale la personificazione artistica. Una Napoli stretta tra l'antico spagnolismo, che pure aveva generato le superbe opere del Marino e del Bernini, e l'ansia di un futuro più vero, più vivo, più libero. Fu, questo, in sintesi il terreno su cui poté venire alla luce e attecchire la musica dello Scarlatti, con un piede nel sei e uno nel settecento. Non per nulla il suo successore, Domenico Cimarosa fu un po' l'anima musicale della rivolta repubblicana di fine secolo, sull'onda della rivoluzione francese e di Napoleone.




D'altra parte, opere come i concerti grossi e le famose Quattro stagioni del veneziano Vivaldi ci trasportano di sana pianta, come si diceva, nel cuore pulsante di Venezia dei primi del settecento, nel suo splendore di repubblica dai ricchi commerci con l'Oriente, ma, nello stesso tempo, ci danno il senso dell'intimità controriformistica del cattolicesimo, che aveva definitivamente scongiurato i pericoli di un allargamento della rivolta protestante. Egli stesso, Vivaldi, soprannominato il prete rosso, vestì l'abito sacerdotale e rimase fedele alla sua funzione pastorale per tutta la durata della sua esistenza, vissuta per gran parte a Venezia, dove era nato nel 1678, svolgendo per lunghi anni l'ufficio di insegnante e maestro di cappella del Conservatorio della Pietà. In lui si riconosce, dunque l'alito dei tempi nuovi, dalle fortune commerciali della repubblica veneta del primo settecento alla religiosità più intima, sentita, ma anche più moderna della controriforma cattolica.
E' forse, sul piano più strettamente musicale, l'acuta sensibilità del ritmo che in Vivaldi permette di scorgere in prospettiva i prodromi della futura evoluzione di quest'arte, evoluzione che con Mozart, Haydn, Gluck e Cimarosa segnerà la nascita della futura matura sinfonia e dell'opera senza recitativi, insieme ad una forte tensione verso l'individualità, tutte cose che mancano negli autori del periodo di cui stiamo riferendo o, almeno cominciano appena a intravedersi appunto in Scarlatti e Vivaldi. Il ritmo vivaldiano fa da contrappeso al contrappunto barocco e gli dà modo di superarsi, pur essendo se stesso. E' qui il segreto della doppia riforma del compositore veneto, che, da una parte dà solennità al suono e dall'altra gli dà concretezza e materialità. In questo senso egli riesce a introdurre nella sua arte la gravità dell'empito religioso controriformistico e il realismo dell'affarismo mercantile della repubblica veneta del settecento, che avrebbe trovato, quest'ultimo, più tardi nel teatro goldoniano la sua continuazione e maturazione letteraria.





E pensare che Vivaldi e Scarlatti furono contemporanei più o meno esattamente di Bach e Handel! Eppure, forse, entrambi i musicisti della penisola, così legati al loro ambiente di vita tanto da farlo come risuonare nelle loro opere, giusto all'inverso degli altri due, che vissero sempre più o meno bene dove si trovavano, Bach tra Lipsia e dintorni ed Handel tra Londra e dintorni, verso la fine dei loro anni vennero in rotta con quel loro ambiente patrio e così il veneziano finì per morire nel 1741 a Vienna, lontano dalla sua laguna, e il napoletano (pare per una poco onorevole storia di pettegolezzi tutta alla partenopea, che non ci lascerebbe stupiti neanche oggi, a tre secoli di distanza) a Madrid, dove trovò per molti anni una calorosa accoglienza, nel 1757.
Segno forse che i profeti, sia pure in musica, come furono Scarlatti e Vivaldi, non sono mai benvoluti in patria, e prima o poi le cose finiscono male. Lo assicura il detto nemo propheta in patria.



venerdì 7 marzo 2014

SCOLPIRE IN GRANDE



Quando dopo mill'anni, e mille lustri,
Andran la gente ad onorar la tomba,
Giovanni, ond'oggi il nome tuo rimbomba
Sovra quanti fur mai scoltori illustri,
Beata man, che col martello illustri                                               
Le glorie altrui, più ch'altri con la tromba
Diran, pura per l'aria qual colomba
Voli tua fama, e 'l mondo corra e lustri.

Lodando ammireran l'alta scoltura
Che rende un marmo nudo via più caro
Di quante gemme il mar tutto dar possa.
Ma via più loderan l'alta ventura

Del marmo, che le stelle destinaro
Ad esser tomba di sì nobil ossa.

Così Luigi Tansillo a proposito di Giovanni Merliano, altrimenti detto Giovanni da Nola od anche Giovanni Marigliano, scultore insigne operante a Napoli nel XVI secolo, ma nativo di Nola. E chi meglio di Tansillo, poeta anche lui di sangue nolano, poteva illustrare nel verso l'opera dell'egregio artista del cinquecento, per molti versi suo concittadino?
Su di lui si coniò anche l'appellativo Michelangiolo partenopeo: e tanto basti per inquadrarne il valore figurativo, certo non da poco. La sua statuaria, infatti ricorda parecchio il Buonarroti e certo appare con gli occhi di oggi indovinata la nomea di cui godette in passato, come un doppione in tono minore del toscano. Eppure il suo maestro a Napoli, Pietro Belverte era di tutt'altra pasta, accurato nel plasmare, ma privo di ogni magniloquenza, per quanto si riferisce, non si sa con quanta fondatezza, che Merliano trascorse certi periodi a Roma (la sua biografia si svolge quasi interamente a Napoli fino alla morte nel 1556 o, secondo alcuni, 1560), dove poté entrare in contatto con lo stile del Buonarroti, che forse lo influenzò agli albori del XVI secolo. 
Si dia uno sguardo al Sepolcro di don Raimondo de Cardona, viceré spagnolo a Napoli, dove morì nel 1522. La tomba fu realizzata a Napoli e poi traslocata e montata a Bellpuigg, in Catalogna, dove fu sotterrato il vicerè. Del sepolcro presentiamo due visuali, una più ingrandita, ma più in particolare, l'altra d'insieme.


Salta subito agli occhi la grandiosità delle figure e della composizione. Siamo nel 1522 e nella composizione scultorea nessuna traccia avanza di modellato medioevale. Le forme sono decisamente longilinee, se non imponenti. Netta ed evidente la cura anatomica delle rappresentazioni. E' vero che a Napoli era passato il Laurana, ma certo il rilievo da questi eseguito sul portale d'ingresso del Maschio Angioino il secolo prima non è paragonabile per modernità di figurazione a una scenografia come questa del sepolcro di don Raimondo (vedasi appresso un particolare della tomba del Cardona)

Con ciò non vogliamo dire che la scultura del Merliano sopravanzi quella del Laurana,  assolutamente, ma solo che la prima è molto più svincolata da condizionamenti di radice medievale. Nè possiamo paragonare la resa artistica del Merliano a quella di Michelangelo, che è molto più scattante, potente e giganteggiante nella sua tensione spirituale e rappresentativa.
Tuttavia i due confronti restano e ci indicano che Giovanni Merliano da Nola, dov'era nato nel 1488 da Giuseppe ed Eleonora Cortese, ma trapiantatosi già in tenera età a Napoli fu un artista di tutto rispetto, senza dubbio il più importante scultore dell'Italia meridionale di tutto il rinascimento. Eppure quale menzione vi è di lui nei testi di storia dell'arte? Pressocchè nessuna, a testimonianza della totale tendenziosità della critica artistica (e non solo artistica, ma anche letteraria, per non dire musicologica) italiana e a conferma che, se di critica bisogna parlare nella penisola, è necessario piuttosto dire critiche, conferendo il pieno riconoscimento a una plurarità di giudizi, a seconda della territorialità. Non si potrà dire la critica in Italia, ma le critiche, una almeno per ogni regione o zona dello stivale. Non hanno forse tutti i torti quelli che da nord (e da sud: c'è chi auspica una Campania indipendente, in cui magari Caserta potrebbe assumere il ruolo di polo amministrativo regionale in luogo di Napoli, pur sempre città-simbolo) parlano di secessione. Tornando all'arte, nei testi storiografici chi ha mai visto la chiesa di S.Chiara o il palazzo reale di Napoli? Chi il museo di Capodimonte o la chiesa del Gesù e quella di S. Domenico Maggiore? Sarà che si tratta di arte minore, ma personalmente ci crediamo poco.
E, per riprendere il discorso su Merliano, consideriamo qui sotto l'altare Ligorio nella chiesa di Monteoliveto a Napoli. La superba, sia pure modesta, figura centrale non fa che riproporre la forte attualità storica dell'artista, che ci offre una composizione di prorompente umanità e, pur nella sua ieraticità, tutta mondana. Merliano centra in pieno lo spirito della rinascenza, scolpisce una stagione storica, ci regala nel marmo una rappresentazione della condizione interiore della prima metà del cinquecento, in cui l'uomo, per così dire svincolatosi dalle ipoteche sovramondane e dalle soggezioni ascetiche, si slancia verso la conquista di nuovi scenari terreni, come la recente scoperta dell'America gli suggeriva. Teniamo presente che siamo nel 1532.

Nè un'impressione molto diversa ci suggeriscono l'altare maggiore della Chiesa di S. Lorenzo Maggiore, L'ancona marmorea nella stessa chiesa e il sepolcro di don Pedro de Toledo, sempre a Napoli.
Il primo, appresso rappresentato, ci pone sotto gli occhi la mite ed equilibrata moderazione delle figure ecclesiastiche in primo piano. Sono figure che non hanno nulla di ascetico e, per quanto nella loro pacata seraficità evangelica, sembrano rivolte prima che al cielo, verso cui pure sono interiormente tese, al presente circostante, alla quotidianità pulsante. 
 

La seconda mostra al centro una Vergine, che si direbbe un po' quella della Pietà con le due figura a fianco molto naturali e plastiche, ricche di modernità proprio per il loro modellato in formato grande per così dire, oltreché per la cura dei particolari.
Il terzo, che appare qui di seguito, il sepolcro di don Toledo ci offre quattro statue a tutto tondo sui lati e, nel mezzo due busti di stupenda classicità e serenità, quello del nobile spagnolo, che ricorda la statuaria romana e quello della nobildonna, che ci ispira un'idea di sublime misuratezza e limpidezza umana. L'intera composizione marmorea si direbbe una traduzione scultorea della eleganza poetica delle opere di Giovanni Pontano.

Lo scultore realizzò anche molte fontane a Napoli, per lo più non tramandateci, a causa del malvezzo degli spagnoli di smontarle e trasferirne i pezzi in Spagna per uso proprio. Tra esse la fontana della Scapigliata, del Capone (appresso riportata), degli Incanti, dei 4 del Molo. Si pensi solo che esse furono le capostipiti di tutta una generazione di fontane che si successero a Napoli dal XVI ai secoli a venire. Già nell'aver inaugurato nella città del Vesuvio uno stile monumentale, in linea con le connotazioni michelangiolesche dello scultore nolano, in questo genere costruttivo, le fontane,  si può cogliere quali siano i meriti artistici e storici del Merliano. 


Anche a Nola, sua patria, pare abbia lasciato qualcosa di suo, come il bassorilievo L'adorazione dei Magi nella chiesa di S. Biagio, ma si direbbe più che altro un lavoro di suoi allievi, della scuola di Merliano cioè.
Come molti scultori di quei secoli egli fu anche architetto e progettò alcuni palazzi nobiliari della Napoli cinquecentesca, precisamente palazzo Giusso, Di Sangro, Rota. Anche in architettura forse il carattere saliente del Merliano è una grandiosità non disgiunta da sobrietà di fondo, il che quadra con tutta la sua produzione scultorea e artistica in genere, coerentemente con lo sfondo culturale del tempo.
Merliano fu, dunque un artista centrale nel panorama del XVI secolo, che seppe corrispondere in toto a una temperie culturale e storica, trasferendola sul piano della scultura. Rappresenta un passaggio obbligato nella nostra storia dell'arte campana. Eppure nei libri di storia dell'arte italiana non ve n'è che qualche traccia, segno che essi sono almeno parzialmente destituiti di fondamento scientifico.
Lasciamo a Beethowen di esprimere in musica lo stato d'animo che Michelangelo infuse nelle sue opere e, per parte sua, Giovanni Merliano additò, attraverso la sua personale originalità di artista, nella sua statuaria, nell'epoca del nuovo cimento umano della rinascenza.