lunedì 27 luglio 2026

ALLA GRECIA 2026

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio


Giorgio De Chirico - Paesaggio


Come ogni anno, di questi tempi, su questo blog, anche per dimenticare quest'Italia corrente, regno di poteri ciechi e di clan culturali personalistici, torna la Grecia classica coi suoi autori: poeti, prosatori e quant'altro. Il tutto nella mia traduzione personale, che vuol essere insieme un tributo alla grandezza ed esemplarità di quelle opere e uno studio in proprio, onde trarne nuovi insegnamenti, che non guastano mai. A voi, dunque questa breve antologia di opere della grecità antica, nella versione di mio pugno



Maurice Ravel - Valses nobles e sentimentales - Pianista S. Fiorentino

                                                                                             

In dedica alla grecista e latinista

Ida Albonico,

affinché non giudichi troppo male

questo mio modesto contributo

alla bellezza classica




ARCHILOCO

FR. 1 W

 

E mentre servo il mio padrone Enialio

gusto, ecco, il dono ambito delle Muse

 

 

ARCHILOCO

FR. 31 e 32 W


Lieta di reggere un ramo di mirto

e di rosa un fiore ameno …

                              … e il suo crine

le faceva ombra sia ai lombi che al dorso



DEMOSTENE  

I Filippica (49,50)


Il mio giudizio, ebbene, miei cari Ateniesi, in nome degli dei, è che i successi riportati abbiano dato alla testa a Filippo e ancora molti del genere se ne figuri nel pensiero,  constatando la mancanza assoluta di veri  oppositori ed essendo galvanizzato  dai suoi trionfi; non  presumo tuttavia egli divisi di operare così che i più ingenui in mezzo a noi indovinino cos’ha in mente: e i più ingenui sappiate sono appunto i più ciarlatani.

Se, invece, non curandoci di queste ciarle, ci rendiamo conto che rappresenta per noi  un nemico e ci spoglia dei nostri averi, umiliandoci da tempo, e quello che c’illudevamo altri facessero al nostro posto si è risolto in un nostro male, l’avvenire dipendendo solo da noi stessi, e che quand’anche rifiutassimo di battagliare laggiù contro di lui, proprio qui saremmo forzati ugualmente  a farlo, se, ripeto, ci renderemo conto di tutto questo, ci persuaderemo anche di ciò che ci aspetta da fare e ci disfaremo di vuote ciance.

Non fa d’uopo, infatti prevedere quel che sarà, ma piuttosto penetrare a fondo la drammaticità del presente, qualora non vi risolviate a prestargli la debita considerazione e a fare ciò che si deve

 

 

SAFFO

Fr. 105a LP

 

Giusto la mela al suo punto migliore

che arrossa in cima al ramo sopra a tutto.

Che? i raccoglitori se ne scordarono?

Macché! Non ci poterono arrivare.

 

 

PLUTARCO 

VITA DI MARCELLO (16-17)

[Personalità di Archimede, matematico e scienziato, ndr]

 

Una volta fatta, orbene, irruzione, convinti di essere al riparo degli sguardi, nell’imbattersi invece in una pioggia di saette e botte, poiché dall’alto massi s’abbattevano su di loro quasi a perpendicolo ed il muro da ogni dove scagliava frecce, fecero dietrofront. Poi, essendosi di nuovo posizionati in assetto da lontano, siccome dardi sfrecciavano e li centravano nel loro ripiegare, si era registrata una paurosa carneficina dei loro e un caotico scontro tra le navi, impotenti essi contro i nemici. Per lo più le macchine belliche presso il muro erano opera di Archimede e si aveva l’impressione i Romani lottassero contro degli dei, così tanti erano i danni che gli cadevano addosso da chi sa dove. 

Sia come sia, Marcello si ritirò, e prendendosi gioco dei fabbri e costruttori di arnesi da guerra che erano dei suoi, affermava – Non cesseremo mai di contendere con questo mostro di geometra, che preleva acqua dal mare come le nostre navi, e a nostro scorno ha messo fuori gioco le nostre sambuche, centrandole, e sopravanza i mitologici centimani, su di noi riversando tante saette? – Di fatto tutti i restanti Siracusani facevano corpo nella predisposizione di Archimede e quella che dirigeva e orchestrava tutto era una mente sola, mentre le altre armi erano abbandonate in quiete, servendosi la città solo delle sue per tutela e garanzia. 

All’ultimo, Marcello, costatando come i Romani si fossero resi così paurosi che, se mai fosse stata scorta fuoriuscire una piccola corda o un’asticella dalle mura, immediatamente arretravano e volgevano in fuga al grido che Archimede stava azionando contro di loro qualche diavoleria, rinunciò a ogni scontro e incursione, rimettendo per il seguito l’assedio nelle mani del tempo. Tuttavia Archimede era dotato di tanto ingegno e acutezza di mente e dovizia di sapere scientifico che, quanto alle cose per cui ebbe credito e risonanza di perspicuità non umana, ma all’in giro divina, in riferimento a queste non intese tramandare alcuna compilazione, ma, stimando vile e di basso rango lo studio della meccanica e genericamente di ogni arte intesa all’interesse, rivolse la propria ambizione solo a quelle  questioni, che sono ineguagliabili ad altre, dove il bello e nobile non sono frammisti al pratico e la cui natura ostacola la dimostrazione, essendo quella rivolta alla magnificenza e al decoro, questa all’acribia e alla estrema valentia; non è dato infatti in geometria trattare  argomenti di maggiore osticità e arduità che siano esposti con più elementarità e linearità. 

E quest’ultima cosa c’è chi la fa discendere dalla sua acutezza, altri credono che per i suoi studi faticosi ciascun compito si sia rivelato poi per lui leggero e agevole. Da se stesso nessuno con le sue sole forze sarebbe in grado di cogliere la dimostrazione, ma con il disvelamento si realizza che anche lui l’avrebbe potuta riportare: tanto semplice e rapida è la sua via alla soluzione! Pertanto non ci si può astenere dal credere alle cose che si vociferavano sul suo conto, che come ammaliato da una sua sirena che viveva con lui, saltava anche i pasti e tralasciava anche di badare al suo aspetto, e spesso, costretto forzatamente a pulirsi e ungersi, tracciava sulla cenere disegni geometrici, inoltre, a corpo unto, vi componeva con il dito delle linee, preso da intensa voluttà e pienamente ispirato dalle Muse. 

Artefice infine di tante e importanti conquiste, si racconta che avesse pregato amici e parenti che, lui defunto, installassero sul suo sepolcro un cilindro con dentro una sfera,  apponendovi la formula della mole maggiore del solido includente fratto quello incluso 

 


PINDARO 

XI OLIMPICA

 

Conviene di più all’uomo il vento, capita,

o le acque dal cielo, nate da nuvola.

Ma, al riuscire di un’impresa, mielati

inni futura fama preannunciano,

sicura promessa di incliti meriti.

Ai campioni d’Olimpia va quest’inno

libero da invidia, al pascolo chiama

la mia poesia, così grazie al dio

umani l’estro e l’inventiva sbocciano.

Della tua ghirlanda d’aureo ulivo

per la tua boxe, a fregio, abbiti noto,

Aghesidamo, figliolo d’Archéstrato,

melodiosamente io poeterò,

per riguardo ai Locriepizefirioti.

Adesso fate festa: vi assicuro,

Muse, che essi sfileranno una schiera

nient’affatto forastica o ignara

del bello e poi ben colta ed agguerrita

Così mai il loro nativo costume

bionda volpe e tonante leone perdano


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