domenica 1 marzo 2015

ZENDOLAK

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio


Henry Moore  -  Sculpture 3


Qui di seguito il II troncone del nuovo paragrafo del mio romanzo in corso Lungo il muro (il I è già apparso su questo blog alla data del 1 febbraio scorso sotto il titolo di Sabbaoth). Nient'altro da dire in un panorama disastrato della cultura come quello italiano, dove abbiamo toccato il fondo.







  E non vogliamo trascurare al riguardo che il barrito non è un ruggito, sennò come potremmo poi aggiungere al totale anche gli incassi della Bohème del giovedì santo, cui parteciparono e i suonatori di clarino e quelli di tromba? Il risultato ne fu che ancora oggi non tutti ammettono che la causa dell’estinzione dei dinosauri fu la caduta di un asteroide.
  Tra parentesi, a ulteriore conferma, gli stessi controllori sui treni staccano i biglietti, malgrado le zanzare siano moleste e i gelsomini siano rampicanti. Lo stesso vale per il lancio del giavellotto, che, essendo una specialità olimpica, non va confusa con il tète a tète, che invece corrisponde alla vendita e non all’acquisto, nel senso che non si pratica né allo stadio, né in piscina.
  Più precisamente la parola non è piscina, ma baldacchino, da accostarsi all’arabo baldack, che equivale a mettere le mani nelle tasche. Tuttavia non è con un semplice volo di aeroplano che si arriva sul posto, ci vuole se non altro che la piscina sia quella. Potrebbe accadere che sia invece un mercoledì, e allora sarà mai possibile lanciare un giavellotto, se la distanza tra Tokio e Algeri è 7898 Km?
  Piuttosto si dovrà attendere il prossimo volo e, giunti sul posto, lanciare, tenendo però conto che, se uno ha intenzione di mettersi le mani in tasca, come prima cosa deve firmare. Fatto questo, potrà tranquillamente ficcare un chiodo alla parete, purché non dimentichi mai che sia per il nuoto che per il judo ci vuole che la sinfonia sia in sol maggiore o in mi minore.
  Quacqueri, del resto ce ne sono tanti, come anche maomettani, metodisti, luterani, buddisti e non vi dico quali sono i fantini che possono vincere all’ippodromo alle prossime corse, altrimenti dovrei parlare anche, per restare in tema, delle lavastoviglie, dei sassofonisti e delle piante di ficus. Preferisco completare riferendo solo che, per giocare a poker, non è necessario essere di confessione ortodossa, basta il freno a mano.  
  Tiratolo, ecco che subito si subisce il contraccolpo e si viene spinti in avanti, il che fa tutt’uno con una seduta poco aderente allo schienale, e così la partita può cominciare con un full d’assi come apertura. Che poi le cose più tardi si mettano male e ci si rimetta dei soldi, questo non sta in noi, ma piuttosto è la frizione che bisogna premere. Infatti, se la marcia è la terza e si vuol andare più forte, bisogna cambiarla, benché non sia detto che un fante di picche non serva. Del resto, nelle carte napoletane, una scopa vale un punto, cosicché forse conviene tirare 8. Il  5, invece va giocato quando si debba mettere insieme un 9, per poter poi fare la prova e dimostrare che si aveva ragione nei calcoli. Contemporaneamente si potranno anche persuadere gli altri che era meglio vendere e non acquistare la casa.
  La vendita avrebbe fruttato sì 300000, ma non avrebbe consentito il risparmio rispetto al prezzo successivo di acquisto previsto in 400000, con la conseguenza di dover cambiare l’acqua ai fiori e l’olio al motore, quand’anche le caravelle non fossero state portoghesi e Napoleone fosse stato spagnolo. Alla fin fine italiano è pur sempre l’equivalente di vattelapesca, per cui è meglio andare a pesca di domenica.
  Ma le canne devono essere professionali, si chiederà. E’ logico, sennò come potrà essere che il vento soffia e la luna è mezza? Ciò premesso, non c’è che aggiungere che Dario Sguardi si fece coraggio e fece appello direttamente al padre, riferendogli per filo e per segno tutto quel suo sogno. - Adesso fai la donnetta, ti metti a credere  ai sogni e te li fai spiegare, e magari ti giochi i numeri alla lotteria? Smettila con simili idiozie - lo liquidò in quattr’e quattr’otto il signor Osvaldo, tutto preso da altri pensieri.  Ma Dario non era tipo da lasciarsi smontare così facilmente: oramai s’era ficcato in testa che suo padre avesse qualcosa da nascondere e tirò dritto. Non si trattava di verificare quali fossero i pesci nel carniere al ritorno dalla mattinata sul fiume con la canna, ma di sviluppare precisamente le misure e vedere quale fosse la cubatura della casa. A tal fine Dario si munì di telefono e chiamò lo zoo per sapere quale fosse l’orario di domani, dal momento che le zebre non sono coccodrilli e le foche vanno a dormire.
  Ottenuta l’informazione, pensò che la luna al I quarto non è piena e allora bisogna pure cercare sull’elenco telefonico il fioraio per vedere se porta le ortensie a domicilio. Chiese, perciò, senza parere, a Elvira Scriva, l’attuale compagna del padre e sua matrigna, dove si recasse il signor Osvaldo e per quale motivo, quando stava lontano da casa per lunghi periodi, settimane o mesi, e lei candidamente lo mise a giorno - Che io sappia, vola in Colombia, dove tratta molti affari -.







Orbene, si può, se uno ha 58 anni e di nome fa Sguardi, andarsene per giorni e giorni in Colombia e poi saper giocare a baseball o parlare cinese e vincere spesso ai cavalli? Tutt’al più le montagne dovrebbero essere russe, i pannelli fotovoltaici e la birra scura.
  Dario ne dedusse che il padre riguardo alla Colombia non dicesse tutta la verità. Attese il suo prossimo viaggio d’affari in quel paese e, venutolo a sapere grazie a Elvira, gli si presentò prima della partenza – Posso venire con te? – gli sparò a bruciapelo. L’altro lì per lì rimase interdetto e senza parole, poi abbozzò una difesa valida – Ma Dario, tu hai da studiare per l’università. Non hai gli esami a luglio? -. Dario gli tenne testa – I corsi sono finiti e sono già a buon punto con la preparazione. E’ ora, invece che faccia un po’ di esperienza di mondo e al tuo fianco è proprio l’ideale  - Il padre resistette e cercò di eludere – Sono cose non adatte a te. Gli affari non ti si addicono ancora, pensa a studiare. Farai cosa molto più utile se fai compagnia a Elvira, mentre sono fuori -. Non c’era che da incalzarlo – Ti sbagli, Elvira ha sua sorella Silvia che le fa compagnia e io sono abbastanza grande da dover iniziare a fare pratica commerciale, visto anche che studio economia -.  Osvaldo non sapeva più come cavarsi d’impaccio e, una volta che il figlio tirò in ballo di nuovo la storia del sogno e di Alvaro Torlez, che in realtà lui ben conosceva, finì per capitolare. Non è che egli fosse dell’avviso che in una partita di tennis si debba tenere la racchetta sempre alta per vincere, ma riteneva ugualmente che in Italia le tasse le paghino per davvero in pochi. Così per quel che poteva, evadeva. Non so, i datteri che importava dalla Tunisia li rivendeva a prezzi ben più alti di quelli che dichiarava al fisco, come pure il tè che comprava da Ceylon. Non solo, ma il secondo principio della termodinamica impone che vi sia uno scarto di energia, cosicché, se uno pianta una begonia, non si deve aspettare che nasca un gelsomino. Si spiega in tal modo perché, salendo in treno, si preferisce stare accanto al finestrino e, quando fa caldo, si suda.
  Si sa, sudare non fa a volte bene alla salute, tant’è vero che un rinoceronte ha il corno e scattare una foto a un monumento si può fare, a meno che la partita non sia a scacchi. In tale ultimo caso, effettivamente uno può fare elegantemente una mossa con la torre, e allora va da sé che le bucce non saranno di arancia. Lo stesso avversario risponderà sicuramente dicendo neanch’io sono italiano, il che vorrà pur significare scacchisticamente che la sua contromossa sarà simile a un lavastoviglie. Dal canto nostro, noi sposteremo in avanti l’alfiere e ciò ci permetterà di affermare definitivamente che sudare quando fa caldo è normale.
  Osvaldo Sguardi, conscio di tanto, intendo del sudore, non pensò di farsi anche lui una partita a scacchi, ma si lasciò andare al cospetto del figlio sopra una poltrona del suo salotto al I piano di fronte al giardino di casa. Intanto studiava tra sé come presentare la cosa che doveva confessare nella maniera più indolore e meno colpevole per lui. Questo non vuol dire, si badi bene, che le carrozze del ‘700 fossero più comode di un treno di oggi, ma solo che, volendo telefonare in Turchia, bisogna munirsi del prefisso. Poi, bisogna pure che, nel fare un assegno, uno metta la firma, sennò alle sei del pomeriggio a dicembre già è notte. E perciò avvenne che il signor Sguardi parlò al figlio nel suo salotto in questi termini – Dario, se ho taciuto finora è stato per il tuo e il nostro bene, ma adesso non posso più nasconderti la verità. Sappi che tua madre e io amoreggiammo per la prima volta in Colombia, mio paese natale e tu sei il frutto del nostro innamoramento. Io lì avevo delle piantagioni di banane non lungi dalla foresta equatoriale che si estende immensamente e Alvaro Torlez fu per l’appunto un mio vecchio compagno di gioventù, che poi non ho più rivisto. Ma ero già accasato con due bambini da qualche anno, quando per caso m’imbattei a Bogotà in tua madre, capitata lì per un giro turistico da Nola e me ne invaghii subito. Non passò molto perché il mio sentimento fosse ricambiato e vivemmo allora io e lei il periodo, credo anche lei, più beato della nostra vita. Ma lei, passata quella parentesi, aveva da far rientro in patria, in seno alla famiglia di appartenenza, che allora era ancora per lei quella dei genitori, nonché al suo lavoro di collaboratrice presso uno studio notarile. E dovemmo dividerci, pur scambiandoci dei recapiti per restare in contatto. Non ti dico quanto soffrimmo allora l’uno e l’altra – Qui, come se in un tiro al bersaglio si faccia quasi centro e perciò una batteria sia scarica con il risultato che il tablet debba essere messo sotto corrente, ovviamente, cliccando sul sito, non usciva il totale dell’accredito e quindi non era possibile fare l’ordine, tipo 27 paia di calzini, 4 canottiere, 3 gilet e roba del genere. Comprensibile che il signor Osvaldo fosse preso dall’emozione e quasi gli salissero le lacrime agli occhi. Altrettanto comprensibile che le canoe vadano sul fiume, malgrado l’orologio a pendolo.
  Lo stesso, dal momento che fa din din din din, ci indirizza direttamente verso la filologia cinese, cosicché tutti noi di buon grado ci dedichiamo a dolcemente ascoltare la musica e, ballando ballando, arriva il momento che il bandito spara e così noi ci rintaniamo in casa e riflettiamo che in Italia ci sono troppi delinquenti (anche di lusso, magari chi sa con delle protezioni altolocate). Non così Osvaldo Sguardi, che, in presenza del figlio nella sua sala al I piano di fronte al giardino, faceva apertamente confessione dei suoi segreti – Quella donna, Dario, mi aveva stregato, tua madre, e avevo perso la mia tranquillità domestica: nella mia famiglia, mia moglie Isabela e i miei due ragazzi Carlos e Francisca, non trovavo più il rifugio di un tempo, mi ci sentivo un estraneo. Alcuni mesi di questa vita e arrivò il resto: seppi da Nola che tua madre era incinta e mi precipitai da lei. Non potevo sopportare che tu, il mio futuro nascituro, fossi senza padre e mi vidi costretto, io già ammogliato in Colombia, a compiere un inghippo. Con la compiacenza di un funzionario dell’anagrafe, che pagai profumatamente, mi procurai delle nuove generalità (mi chiamavo Edmundo Gorras e divenni Osvaldo Sguardi) e la nazionalità italiana: così divenni quello che sono. Ma non ruppi i ponti con la Colombia, dove ritorno, come ora ben sai, in famiglia di tanto in tanto e le stesse mie piantagioni di banane, ora sotto il nome dei miei figli e di mia moglie, ci traffico anche da qui, nella mia azienda di import di frutta e spezie esotiche. E’ lì dunque che mi reco spesso all’estero, come adesso che sto per partire. I miei lì hanno accettato questa storia. Non volermene, ascolta, ho cercato di fare il meno male possibile a tutti, anche a tua madre, che subito dopo il parto mancò, consapevole che tu, suo figlio, avessi il mio cognome, anche se falso -. Inutile dire che in seguito a queste rivelazioni di Edmundo Gorras ¾ π r 3  rappresentava comunque il volume della sfera, ma il dubbio sorge per π r2 che, ci chiediamo, potrebbe indicare anche la quietanza della parcella del tecnico per la consulenza sui lavori di ristrutturazione domestica? O la distanza chilometrica da qui a Katmandu? O.
  Dario per conto suo rimase interdetto a quelle parole del padre, ma capì e, visto che in fin dei conti, non si trattava di nessun imbroglio ai danni di qualcuno, ma tutto filava senza truffare nessuno, tacque anche lui e lasciò che tutto andasse come sempre. Poiché, però, era ben edotto del fatto che la circonferenza si trova con 2 π r e pertanto le begonie non sono dalie, da cui consegue che la zoologia differisce dalla mineralogia e w non è k, egli strabiliava al pensiero che la realtà di suo padre coincidesse punto per punto con il sogno che lui aveva avuto. Convinto così che la somma fosse 8274 e la parola addò non fosse italiana come molto altro, si ficcò in testa da quel momento il principio per lui imprescrittibile non vale più il sogno o la realtà, ma valgono allo stesso modo tutti e due. Così facendo, non è che la piramide venisse a corrispondere al cono o al prisma, ma le rondini in cielo.
  Evidentemente era come quando un’ape ronza intorno a un fiore di campo e, siccome fa bel tempo e siamo in piena primavera, sarà aprile o maggio, il che non esclude che ci sia un ritardo del treno in stazione, cosa possibile solo a condizione che sia testa o croce. Se esce croce, non è escluso non si prenda in mano una pietra e la si lanci in uno stagno, con l’eventualità, però che, qualora si manchi il bersaglio, si colpisca, che so, un cavolo e al nostro orecchio si avverta un crash.



Il Trionfo di Bacco Nettuno e Anfitrite :: Luca Giordano - mitologia e poesia фото
Luca Giordano  - Trionfo di Bacco e Anfritite

domenica 1 febbraio 2015

SABBAOTH

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio


Henry Moore - Helmet head n° 3 


Il mio itinerario narrativo si rinnova nel segno della medesima impostazione stilistica, che permea il mio attuale momento creativo. Queste pagine rappresentano il I troncone di un altro paragrafo del mio ultimo romanzo Lungo il muro, che si avvia molto lentamente verso la conclusione. Il II verrà presentato in seguito.






  zzzzz ronzava ancora all’orecchio di Dario Sguardi, allorché si svegliò. Perché dico questo? Devo assolutamente dimostrare che due rette perpendicolari a una terza e perciò parallele tra loro non sono quelle del binario 14 della stazione, ma è il baritono che canta. Comincerò col dire che quel zzzzz era il rumore del suo respiro nel sonno e che ancora risuonava nel suo udito. Ma no, che dico? Egli non dormiva, bensì, come spesso gli capitava, fantasticava ad occhi aperti e le sue chimere, al suo riaversi coscientemente,  le scambiava per sogni, credendo erroneamente di essersi assopito nel frattempo, come se uno scatolo di detersivo per lavatrice stesse sullo scoglio e non invece un orologio a pendolo. In pratica era il cubo ad avere il volume e non la radice quadrata, nel significato di girare a destra all’incrocio. Sì, per il semplice fatto che, qualora uno giri a sinistra, deve mettere la freccia, qualora invece il vento soffi, può essere tramontana o libeccio. Ebbene, nel caso di tramontana, tutte le poesie saranno in endecasillabi, nel caso libeccio, i battelli dovranno navigare sulla Loira.  Siccome, tuttavia le gomme della macchina erano di un’altra marca di pneumatici, restava definitivamente assodato che il pallone era da rugby e non da basket.
  C’era, malgrado ciò, da spiegare come mai in tutto il territorio italiano fossero così tante le truffe in commercio, neanche il vino fosse o bianco o rosso o i rinoceronti. Doveva essere certamente che le rane non erano rospi, cosicché gli italiani erano così bravi a truffare e un assegno te lo firmavano. Nel firmarlo, accadeva spesso che i treni fischiassero in stazione e allora come volete che in un temporale non ci fossero i tuoni e gli ippopotami non fossero così lardosi? In definitiva, l’assegno era spesso a vuoto e la firma falsa, al punto che in genere le zanzare importunavano d’estate più che d’inverno e una batteria del motore alimentava i fanali e i fanalini, senza togliere il teorema di Euclide. Ecco che l’arcobaleno non poteva essere che di 7 colori e, visto che nei tribunali italiani tanti impostori, anche d’alto bordo, la facevano franca, non compariva che dopo la pioggia.
  Con la testa a tutt’altro che a questo, Dario Sguardi, nel ritornare pienamente padrone di sé, ebbe senza volerlo a richiamare alla mente le scene che si erano accampate ai suoi occhi durante quei momenti di assenza da lui spesso interpretati come colpi di sonno, da cui era uscito appena reduce nel mentre si trovava negli uffici della ditta paterna di import di frutta esotica nel comune di Saviano. Non è con ciò che si voglia dire che le penne di pavone siano come l’arcobaleno né che il pareggio nel derby fu di 3 a 3 o i mandarini, ma che un uovo fatto à la coque non somiglia. Infatti a occhio di bue bisogna sgusciarlo e le tende alla veneziana hanno le corde, laddove un frigorifero va ogni tanto sbrinato. Va da sé a questo punto che un pesce va cucinato per lo più col limone. Una e-mail.
  Ritornando a Sguardi, egli rammentò di aver parlato in quelle sue visioni di poco prima con un signore colombiano di nome Alvaro Torlez, mentre si trovavano  nella foresta equatoriale con un caldo e un’umidità indescrivibili per un’escursione di piacere, circondati e come imprigionati in una vegetazione esuberante d’ogni specie. Il Torlez, prendendo in mano una tartaruga enorme, così si espresse bravamente – Lei ignora che suo padre, Osvaldo Sguardi, non è la persona che lei crede. In verità tanti anni fa lui era uno dei nostri, un colombiano, e si chiamava Edmundo Gorras. Qui da noi possedeva diverse piantagioni di banane, che coltivava e commerciava. Ma un giorno sparì e non se ne seppe più nulla -.  Torlez, quanto alle piantagioni,  alludeva forse alle famose fatiche di Ercole, benché poi non si capisse se fossero comprese le Trachinie di Sofocle, assodato però che tra esse vi era la corrida in cui il glorioso torero Sanchez fu incornato dal toro Diego e si salvò per miracolo in ospedale. Una cosa era inoltre indubitabile, che Torlez, parlando del padre di Dario Sguardi, fosse all’oscuro della leggenda del cavallo di Troia, dal momento che trattava delle banane come fossero delle armi da fuoco, mentre in realtà a Troia vinsero i Greci. Ovvio anche che lo stesso Torlez non desse credito alla voci secondo cui Nerone fece incendiare Roma, sennò le possibilità non potevano essere che due, o il fico non era un frutto o la scopa non aveva il manico. In tutt’e due le eventualità doveva per forza essere che la parola baccalà avesse l’accento, onde permettere allo stesso Torlez di non aggiungere alla fine delle sue dichiarazioni così cruciali per Dario io preferisco lo stoccafisso. Infatti Dario e il signor Torlez stavano nella foresta equatoriale, il che non è precisamente la stessa cosa.
  Lo Sguardi, da parte sua notò le liane che s’intrecciavano da ogni parte della vegetazione e, sudando a più non posso per l’afa e l’umido, non pensò che Ettore era il fratello di Paride e il figlio di Priamo né che il freno a mano ci vuole quando si manovra una macchina in salita, ma guardava nel vuoto, ascoltando le parole rivelatrici di Alvaro Torlez. Analogamente egli non le intese come la dichiarazione dei diritti dell’uomo o come la Magna Charta, ma come se non ci fosse vento. Giust’a proposito pensò che le vele sarebbero state ammainate e le barche sarebbero state sospinte a remi durante la regata, per la qual cosa gli venne subito in mente di ritirarsi dalla gara e cancellò il suo nome dalla lista dei partecipanti. Poi si ricordò che stava nella foresta e non poteva veleggiare, per cui guardò in faccia Alvaro e obiettò – Mi sa spiegare allora come fa mio padre a chiamarsi Osvaldo Sguardi e a risiedere nel nolano da decenni, abitando con me, suo unico discendente, e la sua consorte Elvira Scriva, mia matrigna, dato che la mia diretta genitrice mancò nel darmi al mondo? -. L’interpellato, che manco a farlo apposta era mancino e si occupava di elettronica, osservò – Guardi questi rami così alti come filtrano la luce!  Una vera magia di tinte questo sottobosco! -, al che Dario gli diede sulla voce – Ma lei crede che Ettore non avrebbe potuto battere Achille! -. Torlez per conto suo fece finta di nulla e, vedendo un serpente che strisciava lì attorno, vi si avvicinò e prese a studiarlo attentamente e a prudente distanza. Dario gli fece – Lei dovrebbe riflettere che in fin dei conti Patroclo non era che il fraterno amico di Achille. Di qui a dedurne che ad Abukir non poteva se non vincere Napoleone, come lei fa, ce ne passa. Io per esempio faccio footing -. Non starò qui a raccontare che nello spettacolo che passava davanti agli occhi di Dario trasognato c’era anche uno scorpione non lungi e tante di quelle formiche rosse che avrebbero coperto una piazza, ma accennerò solo al fatto che una pelliccia va indossata d’inverno e per giocare a baseball ci vogliono i guanti, non per fotografare, il che capita proprio a proposito. Effettivamente Torlez, mentre sotto la florida e lussureggiante vegetazione equatoriale pareva stare come sotto una grotta e il boa che stava squadrando si eresse e stava per addentarlo, ma lui arretrò in tempo, notò all’indirizzo di Dario – Devi chiederlo a tuo padre e come ora si chiami come si chiama e come abiti dove abita e come tu sia suo figlio e quella donna sua moglie, io per me preferisco fare palestra -. Fatto sta che i Greci uscirono dal cavallo di Troia e Napoleone vinse.   
  E non parliamo di Marc’Antonio, che non fu sua la colpa se Cleopatra si uccise. Se invero Alessandro non fosse caduto vittima delle febbri (o del veleno, come pur si è sospettato), mica il segnale di stop sarebbe stato collocato all’incrocio dalla parte della villa comunale! Sicuramente la commedia sarebbe finita invece con la battuta oh Géneviève, mi sento svenire, Henrique mi ama! (cade al suolo e si chiude il sipario) e oggi non ci sarebbe stato maltempo, ma l’avvocato. Insomma il periodo ipotetico sarebbe stato se il mercurio non servisse a disinfettare, quale sarebbe la frequenza Hz per ascoltare la sinfonia Juppiter? con tutti gli annessi e i connessi, tra cui il torneo in piscina, la visita oculistica, i panni da ritirare in lavanderia, il sex appeal e naturalmente il picnic.
  Siccome, però la sinfonia non era la Juppiter, ma la Pastorale, è evidente che Dario Sguardi si riscosse da quel suo straniamento temporaneo in cui aveva interloquito con Alvaro Torlez, e allora, come già da noi ragguagliato, gli si riaffacciarono alla coscienza le visioni avute dianzi. Ci sorge ora automaticamente il dubbio, così stando le cose, se fosse veramente il cubo ad avere il volume o piuttosto la radice quadrata. A tal fine sarà opportuno ritornare sul punto precedente della faciltà degli italiani alla truffa, che ci porrà sicuramente sulla strada giusta per risolvere le nostre perplessità. Consideriamo come prima cosa che, ove il truffatore sia italiano, non sarà necessario presentare il passaporto e così egli potrà agevolmente delinquere in un’altra zona del paese. Poiché inoltre il lestofante verserà sicuramente l’acconto di 30000 euro, sarà al riparo sul momento da denunce. In progresso di tempo, però, sfruttando la circostanza che come italiano potrà essere sia padano che meridionale e, in particolare napoletano, dirà falsamente di essere appunto di Napoli. Dopodiché, sotto mentite spoglie, recando con sé la merce del valore di 100000 euro, s’involerà verso nord senza dar più notizia di sé. Orbene, è questa la prova principe che il cubo non è la radice quadrata, ragion per cui è anche vero che nel nostro paese la truffa è all’ordine del giorno. Non per nulla Dario Sguardi pensava.
  La papaya, si disse, è un frutto dei paesi caldi, ma io sono stato all’equatore nel mio sogno ed ho parlato con Alvaro Torlez. Poiché anche il caffè è una coltura tropicale, non è possibile che mio padre si chiamasse Edmundo Gorras né che sia mai stato colombiano. Ciò mi conferma anche nell’idea che l’avocado sia un frutto della fascia torrida, con la conseguenza che questa storia del sogno mi sta assillando già troppo e devo assolutamente discuterne con mio padre. Non tanto per il colore del frutto, che in fondo somiglia a quello delle barche da pescatori, quanto per il quintale e 15. Il peso è in effetti dissimile dal volume, voglio dire Clodoveo era re dei Franchi, ma pure si avvicina al valore previsto, cioè la mela annurca. Stringi stringi vorrà dire che bisogna verificare se i tubi del bagno sono integri, e caso mai non lo fossero, saranno pur sempre in tanti a dire io non sono italiano.
  In altri termini le tubature sono quelle e non lo si può negare, e allora come si fa a dire angelicamente le capre hanno la barbetta? Mi sembra più indicato dire invece Louis Ferdinand Céline. Costui era un autore, ma non è che fosse anche un pittore, no, solo non credo con ciò gli avocado siano più esotici delle papaye e addirittura penso che sulla spiaggia ci siano i gabbiani, benché poi non tutte le orazioni siano funebri. Insomma non ci si azzardi a pronunciare la parola ladro, dal momento che italiano non è suo sinonimo.
  Al contrario, gli scampi alla fin fine sono dei crostacei, altro che pesci, e c’è chi li scambia per zampe di pollo. In realtà non sono loro, ma i wurstel ad essere lunghi, basti pensare che, volendo pescarli, uno deve come minimo avere la tosse secca. Si obietterà: e se ci fosse anche il naso otturato? Quello, è presto detto, si cura con lo stare in casa, dunque non è dato prevedere se al prossimo torneo i cavalli saranno 10 o 12. Fatto si è che all’ultimo vinse Cafarel e Bastino cadde, fratturandosi una zampa.




Luca Giordano  -  Bacco e Arianna

mercoledì 7 gennaio 2015

LA POESIA CONTINUA


L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio




Constantin Brancusi  -  Mademoiselle Pogany








Potrebbe mai la poesia arrendersi di fronte a chi la calpesta e irride, negandole i suoi diritti alla piena manifestazione pubblica, cosicché essa viene ridotta in un cantuccio e solo in pochi possono fruirne?
Mai, la poesia, nata con l'uomo sotto forma se non altro di espressione artistica già nelle caverne preistoriche, non si arrenderà mai, finché esisterà l'umanità. Essa continuerà a risuonare per le strade e le città, finché il fiato emanerà ancora dalle gole e la coscienza non sarà stata del tutto abolita.
In questo paese, che ancora ci si ostina a chiamare così, l'Italia, in realtà profondamente diviso e frammentato da insanabili chiusure mentali tra diversi suoi territori, si registrano attualmente gravi attentati alla libertà artistica, non di principio ma di fatto per gli ostacoli insormontabili frapposti dai canali di comunicazione pubblici e privati (editoriali e di stampa).
E' la prova che quello italico non è un sistema democratico, ma oligarchico, nelle mani di lobby (o clan che si voglia dire) e signorotti di manzoniana memoria. 
L'arte esige la sua incondizionata presenza nella società, pena la sconfessione dei diritti primari dell'uomo. L'assoluto diritto all'esistenza pubblica dell'arte è un valore irrinunciabile al di sopra di tutto e va tutt'uno con la natura stessa dell'uomo. 
Ed è proprio quello che questo paese, l'Italia, e il potere che ne tiene le redini sembra aver completamente dimenticato.
Comunque sia, essa non cessa e non cesserà di esercitare questo diritto e di presentarsi come suo obbligo morale all'attenzione delle persone.
Questa mia poesia che segue è pertanto l'assolvimento di un obbligo verso l'uomo e la civiltà.



SEBBENE
(POESIA CONCESSIVA)


Ancora attraccarono sul pontile
i pescherecci e i mercantili carichi
e piovve ancora il tepore ad aprile
sulle magnolie del giardino e i crochi,
ancora s’ingrigirono di nebbia
le morbide colline sullo sfondo,
guizzarono fulminee sulla sabbia
le lucertole di nuovo e svettò il cardo,
appesero sull’albero le sfere
ancora e brindarono nelle coppe
 con gli spari a mezzanotte nel bere,
di nuovo afa spaccò argilla con crepe.
Non rientrò tuttavia il marinaio in porto
annegato in mare nella burrasca,
della loro antica grandezza in toto
mai più rifulsero e di vita fresca
le pietre a Pompei da vandali invase,
altro che a far riagganciare il telefono
non valsero quelle chiamate afose,
l’olivo preso dalla tigna in pieno
due volte ancora un magro olio mielato
spremette, poi furono aridi stocchi
i suoi rami curvi un dì di frutto:
senza voce rimasero gli allocchi.









lunedì 15 dicembre 2014

ANNI OTTANTA

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio

Max Ernst - La vestizione della sposa


Così scrivevo negli anni '80, prima di iniziare il romanzo Visita di Sirdi. Erano i tempi in cui attendevo alla composizione di Teologia, una raccolta di racconti in forma di romanzo, il cui titolo originario era Racconti mistici. Per la verità nelle narrazioni più tardive di Teologia vi è già in nuce la mia nuova impostazione creativa, che troverà poi la sua piena espressione nel successivo Visita di Sirdi e più tardi in Lungo il muro, il mio più recente lavoro, ancora da ultimare. Quella che segue è una estrapolazione da uno dei racconti di Teologia, denominato Il nido e l'usignolo.





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 […] Tutto il tempo, circa 2-3 mesi, ch’ella rimase in quello stato le furono di prezioso aiuto Marta e la madre, che si presero affettuosamente cura di lei, ma un’altra persona le fu particolarmente vicina, oltre Giorgia, naturalmente; mi riferisco a Rodolfo, Rodolfo Spina, il suo futuro marito.
  Costui era stato della partita in quella gita alle Azzorre di cui ho fatto menzione dianzi e, in quell’occasione era stato talmente preso da Rita che, da allora non aveva più potuto fare a meno di pensare a lei. Seppe della disgrazia, del contraccolpo negativo che aveva avuto sulla salute della donna e cominciò, così a renderle visita, potendo, quasi giornalmente, con un mazzo di fiori di campo ogni volta nelle mani. Quell’amicizia giovò molto alla guarigione di Rita, che a poco a poco, sollecitata da quello stimolo e dalle premure dei parenti e di Giorgia riacquistò confidenza con il mondo, riallacciò i contatti con esso. Tanto più che Rodolfo non le parlò mai di amore, nudo e crudo, ma soltanto genericamente di reciproco sostegno e di condivisione dell’esistenza tra due persone, e solo quando ella si avviò verso il ristabilimento. A lei faceva un gran bene sentirsi circondata da tante sollecitudini, sicché le parve quasi di essere in debito verso di lui e inoltre la considerazione che tutto quell’interesse e amorevolezza per lei potesse durare per sempre le arrise non poco. La consapevolezza dell’agiatezza sociale di Rodolfo fece il resto. Per la qual cosa, non appena l’uomo affacciò la prospettiva del matrimonio, ella non si tirò indietro e, dopo qualche logico tentennamento accettò. La cerimonia, che si tenne con tutte le pompe e in rito ebraico, per volere della famiglia di lui, essendo gli Spina israeliti, fu celebrata poco dopo Capodanno.
  Presero casa, i due sposi novelli in una villa sontuosa, quindici stanze, giardino e servitù, appena fuori città, dimora che era appartenuta  in passato a una famiglia principesca e che Rodolfo aveva fatto propria, restaurandola con gusto, dacché era nell’abbandono, e arredandola all’antica, secondo la maniera liberty, con il preciso scopo di eleggerla a proprio focolare domestico. Rita, i primi tempi vi si sentì a suo agio, come in una reggia: e ciò era pienamente comprensibile, considerando quale fosse l’ambiente sociale in cui era finora vissuta. Il marito la colmava di attenzioni e calore e, in fatto di affari carnali si potevano dire una coppia ben affiatata. Si aggiunga che la signora Spina godeva di completa libertà personale, inquantoché alle faccende di casa accudivano soddisfacentemente le due domestiche, una delle quali fungeva altresì da cuoca e domani, se fossero venuti dei bambini, esse o qualchedun’altra ancora avrebbero potuto fare sicuramente anche da balie; sicché non esistevano nubi all’orizzonte per Rita ed ella si sarebbe potuta dedicare senza preoccupazioni al suo lavoro di modista, che a nessun costo aveva voluto abbandonare nel prendere marito, nonostante le vive preghiere di Rodolfo in tal senso.
  Tutti quelli che la conoscevano pensavano di lei che era stata baciata in fronte dalla fortuna e che chissà quante avrebbero desiderato essere al suo posto: la madre era orgogliosa di lei e così pure Marta, benché entrambe fossero non poco rincresciute, loro cattoliche, che si fosse unita con uno di fede ebraica.  A tutti, dunque Rita appariva come un’eroina d’un romanzo d’appendice o d’una favola, che fosse stata privilegiata dal destino ad avere un’esistenza più felice.  E Giorgia non era di parere diverso, cosa che faceva molto piacere a Rita, per la quale le idee e i giudizi dell’amica contavano quanto i propri, se non di più. Personalmente lei, agli inizi della sua vita coniugale aveva un’impressione di grande tranquillità e compostezza interiore, come fosse una donna attempata che poteva affrontare in tutta serenità la sua vecchiaia, senza più crucci per l’avvenire, ma le era assolutamente estraneo quel fastidioso e insieme delizioso senso d’instabilità e d’inquietudine che conferisce a una persona l’amore e la passione. Inoltre, quando la si appellava con il titolo di signora Spina provava sempre una specie di imbarazzo, quasi lei fosse nei panni di un’altra, di cui avesse senza volere usurpato il nome ovvero avesse sposato un vedovo, e alla defunta sposa solo spettasse quell’appellativo, mentre a lei, che l’aveva rimpiazzata, fosse concesso in subordine, non proprio di diritto.
  Venne, però il momento che il sodalizio prese a incrinarsi e il vetro attraverso cui i due si guardavano, già di per sé un po’ opaco, ad appannarsi. La reggia s’avviò  a diventare per Rita una prigione, la presenza costante del marito asfissiante, la sua veste di consorte una camicia di forza. Ella soffriva d’essere lì, quella specie di lente da sole ch’era stato il suo matrimonio cominciò a gettare la sua maschera di falsità e lei ebbe bisogno di rivedere le cose sotto la loro luce naturale e ritornare a vivere liberamente, ad essere se stessa. Perché, certo quella donna che adesso era non corrispondeva al suo autentico essere, era una contraffazione che a tutti sembrava  invece la genuina e fedele immagine di lei. Voleva ridiventare padrona di sé, le pareva che gli altri, nessuno escluso e, in primo luogo il marito, l’avessero forzata ad essere un’altra che lei ora non voleva, le usassero in qualche modo violenza, la plagiassero, insomma, abusando della sua volontà. Lentamente era come uscisse dal sonno, riacquistasse nozione del mondo e anelasse di riabbracciarlo, tanto gliel’avevano negato.
  Sul suo viso comparve il broncio, Rodolfo, i cui sentimenti erano rimasti immutati, sulle prime non ci fece molto caso, ascrivendo la cosa alla labilità nervosa della moglie, ma poi, col tempo se ne rese sempre più conto come di un segno chiaro di malumore nei suoi confronti da parte di lei. Rita assunse, passando gli anni, dei modi assai bruschi e bisbetici, sicché si addivenne  conseguentemente a baruffe via via più frequenti tra i due, e ogni volta era lei la causa per un motivo o l’altro. Finì, all’estremo che Rita si rifiutasse anche al marito e, più tardi pretendesse perfino camere separate, dichiarando di non tollerare il contatto della sua persona. Rodolfo andò, allora in bestie, giustamente risentito di quelle sue parole offensive per lui e disse – Quand’è così, Rita sarà bene che tra me e te si faccia chiaro e ci si spieghi apertamente – La spaziosa camera da letto, quella notte, era quasi l’una, risultava tenuemente illuminata dalla lampada ad abat-jour del comodino, lui e lei stavano seduti sul materasso, le spalle alla testiera di legno smaltato e lavorato a motivi floreali, cui sovrastava un basso e grazioso baldacchino. La primavera faceva a quel tempo il suo esordio, era nell’aria – Una moglie non può avere una ripulsa per il corpo del marito fino al punto da negarsi perfino al suo contatto: a chi, anche un estraneo qualsiasi, non si concederebbe una stretta di mano e si direbbe in faccia: non mi toccare? Esigo da te una spiegazione – Per tutta risposta Rita s’infilò nervosamente sotto le lenzuola, girandosi su un fianco con la schiena al vicino. – Agisci da vera spudorata, da donna di strada, ecco. E non solo ora, questa notte, è da un bel po’ che hai di questi contegni indecenti. Quando ti sposai, non pensavo nemmeno lontanamente di portarmi a casa una zotica sfacciata, di scaldarmi una serpe in petto! – Lei insorse, senza mutar di posizione, ma strillando sdegnata – Io sono più civile di te, sulle buone maniere posso farti da maestra, caro mio! Sei tu che non vuoi intendere ragione e chiedi conto indiscretamente agli altri delle loro preferenze personali. Impara a non essere invadente, il mio Rodolfo! – Breve, quella fu la volta che il vaso traboccò e di lì a tre giorni erano davanti a un avvocato per dar corso all’iter di scioglimento del vincolo coniugale. Entrambi, in quel poco tempo comunicarono la loro decisione alle rispettive famiglie e in tutt’e due i casi ruppero con esse, per l’accesa ostilità che incontrò il loro proposito. Fatto sta che ciò non bastò a farli recedere e gli atti legali furono inoltrati.
  Ebbero, in seguito modo in diverse occasioni di rivedersi e l’ultima fu qualche anno fa, allorché comparvero al cospetto del giudice di pace per definire la questione dell’indennità che lo Spina avrebbe dovuto erogare a Rita e siglare ultimativamente il divorzio. Le cose andarono così: il dott. Di Pietra, con un pizzetto canuto, due occhietti a punta di spilla assai arguti, fronte spaziosa e  lucida, troneggiava comodamente e placidamente, come un cadì, dietro la massiccia scrivania del suo ufficio di tribunale. Di faccia a lui, sedevano con aria seccata e del tutto indifferente Rita da una parte, con un cappellino in testa a falde felpate guarnito tutt’intorno da una fascia di pizzo e una rosellina frontalmente, più che mai seducente, lei nel suo charme mai smarrito, un tailleur grigio di flanella indosso, e Rodolfo dall’altra, pieno di sussiego e quasi sprezzante verso la donna vicino a lui, uno spezzato sportivo come abito, la solita figura ben tagliata e rocciosa, spalle larghe, un faccione espressivo, capelli passati alla brillantina, dal fare sicuro e deciso. Gli ex si scambiarono rare occhiate sfuggenti. Discutevano ch’era già mezz’ora abbondante. Il cadì disse – Signori, prima di archiviare il vostro caso, intendo invitarvi ancora una volta a ponderare il passo che state compiendo, essendo ancora in tempo per revocare la vostra intenzione e ricongiungervi. Mio compito, sapete non è quello di sancire anonimamente, vero, e con distacco lo sfascio delle famiglie, ma esortare, ove possibile, alla riconciliazione. Solo quando, vero, non resti altro sbocco, la legge ratifica lo scioglimento – Trimalcione il giovane assicurò – Per me non ne ho colpa, la responsabilità di questo ricade intera su quella lì. E, a questo punto non si può metterci una pietra sopra e ritornare indietro – Gli fece eco Lou Salomé  - A chi lo dici, mai e poi mai acconsentirei a riunirmi con te! Mi fa orrore il solo pensarci -  E Rotschild, per le rime - Certo, la tua vita notturna è abbastanza impegnata, un marito non ti serve, ne hai cento - Messalina, al colmo della rabbia e della vergogna – Bada a quello che dici, chiaro! Della mia vita intima non ho più da renderti ragione e non sono certo quella che pensi tu. Sto fin troppo abbastanza attenta e sulle mie con gli uomini, da che ho avuto la sventura di incontrarti sulla mia strada. E dire che per anni ho creduto di amarti – Pieno di veleno, Eyffel – Tu, tu! Tu non hai cuore per nessuno, sei solo una gatta, una sordida gatta! – Subito la Duse scoppiò a piangere amaramente: si verificò, allora il primo accesso di quei disturbi che più sopra vi ho descritti e che poi divennero ricorrenti. Il cadì si spaventò a quella scena di Rita sofferente e si era presso a chiamare un medico, quando la donna si sentì meglio e, prestamente ritornò in forze, quantunque visibilmente spossata. Ma pretese di continuare quella seduta, opponendosi a che fosse aggiornata: teneva a concludere subito quell’affare, per non pensarci più e togliersi dalla vista una volta per tutte Rodolfo. Si accordarono, quindi, senza alcun contrasto, sul contributo in danaro che l’uomo le avrebbe passato mensilmente, Rodolfo non fece alcuna resistenza alle richieste alquanto esose della moglie, dato anche l’episodio di poco prima, per cui si sentiva un po’ in colpa. Il  cadì, angelicamente li licenziò – Con l’atto odierno, il vostro divorzio è sanzionato ufficialmente. Buona fortuna a tutti e due – Da allora Rita e Rodolfo non s’incontrarono più.  [...]

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Alla particolare angolazione espressiva del dettato si aggiunge qui la novità narrativa, incentrata sulla intelaiatura strettamente speculativa del brano. Ma di queste peculiarità estetiche ed ermeneutiche nessuno ha saputo o voluto accorgersi. E chi lo potrebbe in un paese come questo in mano a clan di ogni genere, anche culturali, dove la verità viene continuamente calpestata dalla malafede eretta a sistema di dominio pubblico?

sabato 15 novembre 2014

OGGI POESIA

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio
Paul Klee - Fulfillment
Continua il mio lavoro poetico, se non in lingua italiana, in una lingua (l'unica comunque a me accessibile) che giudico mia e che  mi permette di esprimermi artisticamente, e in una prospettiva che confido sia personale. 


IN SOL DIESIS

Non importa che la pioggia, infiltrandosi
nel pavimento in terrazzo, colasse
nelle stanze e il caldo dei giorni scorsi
desse il colpo di grazia alle tue rose
in vaso, per il rincaro del greggio
fallisse al principio di quest’anno
la ditta di trasporti e  il fiume a maggio
straripasse su colture di grano,
sull’Egitto ancora il terzo flagello
s’abbattesse e al rientro dalle colonie
d’America, carico ogni vascello
d’oro, sciamando come dalle arnie,
i corsari abbordassero razziando,
dalle Alpi calassero gl’invasori
sopra i nostri triclini e il vapore umido
del calidarium tra archi trionfali e ori,
 l’ultimo addio il telefono squillasse,
i ganci ancora alle pareti fissano
per i quadri della mostra del mese,
s’ode pur sempre il verso del gabbiano
tra i pontili e le gru del muto porto,
Garonne, che pur non vince una corsa,
persiste ad allenarsi nel circuito, 
la tromba il suo Scarlatti suona in posa.

E', immagino lo si sia colto tra le righe, la mia formula poetica di sempre, una specie di marchio personale che penso si potrà distinguere in mezzo ad altri. 
Salvator Rosa - Autoritratto

domenica 26 ottobre 2014

STARROL

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio




Henry Moore - Stringed figure


Non pensavo di farlo ora, ma poi mi sono deciso a fare uscire un altro passo (io ciascun passo autonomo del libro lo chiamo paragrafo) del mio romanzo in corso Lungo il muro. Il procedimento narrativo è il solito e chi sarà stato così gentile da leggere altri passi di questo mio altro titolo narrativo (intendo romanzo) se ne accorgerà. Spero, se vi sia ancora chi avrà la bontà di visionare quest'altra mia pagina non mi accusi di scorrettezze linguistiche: la cosa è intenzionale. Preciso che il nome di questo post non compare nel libro, ma viene qui aggiunto a solo uso e consumo di quest'articolo.




  ¾ non era tanto, ma un po’ di meno, segno evidente che bisognava suggerire. E quale suggerimento più indicato che il footing? Perciò pensai che le etichette stavano sulle bottiglie e ⅛ sarebbe bastato a riempirle. D’altra parte 5/7  era meno dell’occorrente per ottenere il mutuo, perché esitare quindi a fare footing, se bastava alzare una levetta e il trapano avrebbe girato nel muro, consentendo di appendervi il quadro? E poi, non era mica vero, come blateravano in tanti, che un quadro deve provenire per forza da un’asta, poteva per esempio essere che una gardenia fosse rossa e un gatto siamese.
 In tale evenienza, è ovvio fosse superfluo ricordare che italiano è un aggettivo. Ciò premesso, la gardenia non poteva che stare in vaso e il gatto miagolare, ammesso e non concesso che, però italiano stesse a indicare qualcosa come minerale presente sulle rocce dell’Epomeo o barattolo contenente caffè od orzo in polvere. In caso contrario era consigliabile ripetere tutto il procedimento, avendo cura di sostituire alla cifra 4625 quella 8932, in modo da ottimizzare al massimo il consumo di pittura nel tinteggiare il salotto. Infatti tutti sanno che 695 è il numero che rappresenta la data della battaglia navale, con il che resta univocamente dimostrato che la ventisettesima parte dei fringuelli in volo è diretta al nido, la parte restante costituisce invece la quota di cittadini che sono addetti al commercio all’ingrosso di vestiario.
 Vestiario che può consistere sia in jeans, tailleur e camicette quanto in 35129003251027922406619722488 lettere dell’alfabeto in un discorso di inaugurazione di una strada urbana o interurbana, a patto che non ci siano troppe le palline da pingpong del torneo mondiale a Shangai, a prescindere da cui è fuori luogo attribuire al fumo di sigarette la responsabilità dell’incremento del ricorso al parquet nella costruzione delle case.
  Non per nulla ieri l’altro è uscita sui giornali la notizia del rinvenimento nella foresta pluviale più selvaggia e impervia del Perù di un oggetto non meglio identificato, denominato zurhazec, come risulta da un’iscrizione nella lingua Incas, cui apparteneva l’antico dominio di quelle terre. Non desti stupore la circostanza, solo a pensare che con i pomodori si fa dell’ottimo sugo e una presa scart non è compatibile con l’entrata USB del computer. Per di più fa fede il fatto che in dialetto toscano casa si pronuncia hasa, secondo, credo l’influenza dell’arabo al hambra, e in romanesco famo non significa, come potrebbe presupporsi, ho fame.
  Zurhazec, come appare scritto sul misterioso oggetto in avorio scoperto nella boscaglia Incas, può per quanto detto essere un, ma anche un utensile lavorativo o un qualche affare culinario tipo cucchiaio, forchetta o mestolo, a parte il fatto che già il suo aspetto, somigliante a una meridiana ci indirizza decisamente piuttosto verso uno strumento di misurazione del tempo, il che, però potrebbe molto presumibilmente non rispondere al vero, visto e considerato che l’uva acerba non piace alla volpe.
  Né a tal proposito si dimentichi che nel mese di maggio fioriscono le rose, da sempre l’omaggio più gentile, distinto e signorile che si possa fare, specie alle donne, per cui rappresenta un segno di galanteria, anche in considerazione che un segnale stradale si colloca in genere sul ciglio della strada, per cui occhio a uno stop o a un divieto di sorpasso, sennò può succedere che a gennaio o febbraio nevichi. Analogamente un palo della luce stradale, non essendo propriamente una rosa né un divieto di sorpasso, viene acceso solo la sera, onde evitare che venga scambiato per l’una o l’altro, la prima, infatti è profumata e non va lavata col sapone, il secondo non può andare a teatro, dimodoché o è martedì o è luna calante. Non potrà essere evidentemente nemmeno la festa della candelora.
  Consistendo tuttavia in un palo di ferro o talvolta di legno, potrà benissimo essere che le trote   pescate nel fiume siano due o tre, mentre è assai probabile che al tennis le racchette siano di più, ma non la gnoseologia. La stessa testé menzionata branca della filosofia non si occupa di specie ittiche, con il che resta dimostrato che le trote pescate potrebbero essere anche carpe o merluzzi o chi sa anguille. Nel dubbio tra l’uno e l’altro, sarà bene darsi all’ippica, così almeno a Natale non si festeggia S. Bartolomeo, come si dovrebbe in virtù del terzo comma. Ne possiamo concludere altresì che la quarta declinazione è in –us, come riflesso diretto della forma ebraica shalom, il cui significato è palese a tutti, anche alla luce della meteorologia, in cui il termine anticiclone vuol dire ben altro che cavolfiore. Inversamente cavolfiore non ci indirizza direttamente, come si potrebbe facilmente pensare, alla voce romanesca fija de, che non va confusa con fico, ma sta a intendere probabilmente quel che in meneghino si indica con pirla, magnifico vocabolo per la sua lucentezza e splendore che richiama l’affine perla. Tanto più che, se c’è uno sport proprio cretino, in cui si esercitano acutamente molte sublimi menti italiche, quello è il football. E non parliamo a questo punto delle nacchere, che ovviamente suonano e servono egregiamente a ballare, ma il lachrima cristi.
  Del resto zuzharec, il reperto archeologico riesumato nella boscaglia Incas non lungi dal villaggio di Yarescos molti lo hanno avvicinato a un oggetto religioso e cerimoniale, forse adibito alla divinazione. Il che non ci esime dal supporre che una lontra abbia la vista meno lunga di una lince, nonostante le persiane si chiamino così proprio per questo, cioè i piselli in scatola, e come diretta conseguenza della nascita della tragedia greca. Linx, poi, equivalente latino di lince, ha ispirato anche la parola lincei, accademia creata nel XVII secolo, circostanza molto illuminante ai fini della interpretazione del misterioso zuzharec. Infatti le candele tutti sanno si consumano, per cui, quando si arriva allo stoppino, tanto vale guardare sul calendario che data è, così almeno ci sorge l’idea, come dire, che zuzharec fosse un segno di dignità reale delle monarchie incas. Resta, però il fatto che la radice quadrata del numero non è quella, per quanto il vocabolo più giusto sia biscotto, e ciò non esclude il valore di simbolo di dignità regale per lo zuzharec.
  Non diversamente chiunque potrebbe pensare a prima vista che le forbici differiscono dalle pinze, nel notare che una lucertola si espone al sole, laddove la carta assorbente può servire allo scopo, una lirica provenzale no. Questa è più musicale, con l’effetto di differire maggiormente e perciò, se uno ha sete in piena estate, non ha senso se prende le forbici e taglia.
  Meglio, invece se inforca una motocicletta e, giunto dove deve, effettua tutti i calcoli così da stabilire se un pesce urina o no. Ciò fatto, basterà ripetere tre volte la poesia provenzale anzidetta e si scoprirà che in realtà sono le rane che urinano, a prescindere poi dalla ultima ipotesi coniata a proposito dello zuzharec, ossia andate a coricarvi prima dell’alba per vedere che significa passare la notte insonni. In altri termini lo zuzharec potrebbe anche essere una specie di boomerang, che ritorna indietro, ma a differenza di quello, non galleggia nell’acqua e non può servire da barca. In compenso, durante la settimana santa, i metodisti vanno alle funzioni a giorni alterni.
  Tutt’altro discorso va fatto per gli avocado, che come frutti tropicali, non vanno lanciati come sassi addosso ad aggressori come legittima difesa, ma piuttosto sono le viole mammole che vanno colte sui prati e poi annusate per vedere se a carnevale prossimo le condizioni del tempo permetteranno il passaggio delle sfilate allegoriche. Se risultano profumate, allora non mi ama, se no, mi ama, ragion per cui sarà bene rivedere il film, onde appurare una volta per tutte se fu lui a lasciare lei o lei a piantare lui.
  Mettiamo che fu lui: è ovvio allora che il cantante dovrà studiare la sintassi dei casi latini e indossare una camicia blu a strisce verdi; qualora lei, è altrettanto ovvio che le panchine nella villa dovranno essere di marmo e non di ferro. Sì, non di ferro, se è giusto com’è giusto, che il teorema due rette parallele a una terza dev’essere dimostrato con l’ausilio della cartavetra, la quale permetta di scartavetrare il muro. Una volta scartavetrato, tutto starà a saper parlare in aramaico e si potrà scegliere tra queste due alternative: lo zuzharec era una freccia per colpire i nemici o i gelati sono a pistacchio. 
  Naturalmente ciò non implica che un piemontese sia un laziale o un pugliese un veneto e insieme facciano l’Italia, cosa senz’altro dubbia, anzi è la pittura che si fa sui quadri non il punto e croce. Tanto è vero che, quando uno vuole partire in treno per la Svezia, non è detto che debba saper firmare con la sinistra, può tranquillamente invece avere delle scarpe 43. Inoltre non deve per forza sapere il portoghese, basta che sappia avvitare.   
  Ne viene automaticamente che il terzo libro debba trattare di metafisica, la valigia debba essere un trolley, le carote debbano essere 5, il film debba essere un horror, le piante al balcone di casa del viaggiatore dei gerani, il terzo incrocio debba avere il semaforo e il quarto la rotonda per il traffico, i gatti debbano fare miao. Per la stessa ragione lo zuzharec della boscaglia Incas poteva consistere pure in un attaccapanni domestico ovvero in un amuleto per scongiuri, anche se non si poteva decisamente scartare l’evenienza che la marmellata fosse di ciliegie. All’opposto, invece, c’era per le sette la partita di basket.
  Non importa poi che purtroppo il giornalista che ne faceva la cronaca fosse della RAI o semplicemente che fosse un cronista, cosa che da sola non era sufficiente a confrontare un quadrato con un rettangolo. Nel fare ciò, il perimetro dell’uno poteva essere 37 e l’area dell’altro 49, e allora le azalee in giardino sarebbero state 12, od anche l’area del primo 61 e il perimetro del secondo 29, e allora il lampadario nella stanza sarebbe stato cinese. In tutti e due i casi, era lecito sostenere che zuzharec corrispondesse a un puntale per incidere la pietra e farvi delle iscrizioni, ammesso e non concesso che gli ascensori scendessero al 5° piano e le sedie fossero di PVC. 
  A meno che ovviamente non vi fossero politici intrallazzatori italici, uno dei vanti del nostro paese, i quali sarebbero certo serviti a correggere la sintassi e la grammatica, contrariamente a quanto espresso nel medesimo articolo del codice. Gli stessi, avendo, come comprensibile, virtù oratorie, avrebbero potuto tranquillamente fare il biglietto, dopodiché non avremmo più nutrito dubbi. Infatti tutti sappiamo che il ferro fonde a circa 1100°, per cui non è pensabile di prendere un coccodrillo vivo, tanto più che una rondine non fa primavera. Non diversamente, quando si incolla una foto su un album, guai a non prendere lucciole per lanterne, nel senso di addizionare 27 e sottrarre 34, ma piuttosto annodarsi le scarpe, così da permettere agevolmente a chi di dovere di avviare l’iter burocratico per il riconoscimento del titolo di commendatore. Tale titolo, credo appaia sottinteso, non aiuta a lavare le stoviglie né a scoperchiare un tetto, ma, dal momento che i ragni tessono la tela, si può acquistare come molte cose in Italia. Al riguardo, uno può salire su un tetto e guardare di sotto se passa gente, per verificare se è possibile acquistare con i quattrini nel belpaese anche la qualifica di italiano.
   Non per nulla le carte da poker sono 40, mentre poi l’inquisizione papalina mise all’indice nel 1597 un libro di culinaria perché dentro vi era scritto frittata Francesco, cosa che poteva suonare blasfemo nei confronti del santo omonimo e diminuire così la fede nei cristiani, non solo ma le mongolfiere. E a questo punto, visto che ci siamo, meglio dire che Metternich considerava la nostra penisola un’espressione geografica e null’altro.
  Direte voi, perché questo riferimento a Metternich? E’ presto detto. Si racconta che l’attrice Lucia Bosé sia stata negli anni ’50 e ’60 una celebrità, e così, se la cosa è vera com’è vera, nessuno verrà a chiederci se i film da lei interpretati erano francesi o italiani, spagnoli o svedesi, quindi non desterà meraviglia se qualcuno di tali film possa essere stato anche austriaco. Ora, siccome a Vienna Mozart compose molta musica e lo stesso Mahler era boemo, mi è sembrato conveniente esporre cosa un austriaco pensasse del nostro paese. E allora, quale giudizio più illuminante di quello del principe di Metternich?
  Sarebbe adesso prezioso, vista tanta chiaroveggenza, un suggerimento dello stesso statista austriaco a proposito della storia dello zuzharec della boscaglia Incas, per indirizzare ancor meglio gli studiosi sulla destinazione dell’oggetto di indubbia provenienza da quell’antico popolo peruviano. In mancanza, riferiremo che le cicorie sono una verdura come gli zucchini, ma non perciò vanno confuse con le ciaccone, che sono un ballo dei secoli scorsi, come per esempio il vino di Frascati.
  Tant’è vero che, quando Alarico entrò vittorioso in Roma, non pensò mica che fosse un’invasione barbarica, la sua, per cui scese da cavallo e disse – Quello è il Colosseo. Immaginavo fosse più grande -. Forte di questo aneddoto, reputo non tanto lontana dalla realtà l’idea, prospettata dall’illustre archeologo turco Bendek, che lo zuzharec fosse per gli Incas né più né meno che un soprammobile qualunque che abbelliva le masserizie di qualche abitazione ricca. D’altra parte, tutti sanno che nel tennis ogni gioco si chiama set.
  Manco a farlo apposta, un altro significato postulato per lo zuzharec (oggi, comunque sia esposto, utile informazione per chi voglia esaminarlo da vicino, presso il museo Incas di Bozebankur), è appunto quello di attrezzo sportivo, essendo stato dimostrato che con 25 euro si può comprare uno sfilatino, due birre, due fette di arrosto, 500 g di mele golden, una confezione di vermicelli, una passata di pomodoro, una bottiglia di olio di oliva. Resta esclusa la possibilità di parlare come relatore a una conferenza su L’avanguardismo nella pittura di Salvator Rosa, come pure i dischi 45 giri di una volta.
  Canzoni insulse chiaramente in quei 45 giri, ma pur sempre dischi in resina, che rappresentava allora una conquista della tecnologia. Il cosiddetto PET non è altro che poliestere, un materiale simile a quello dei dischi, ma le rondini in cielo. Sì, perché chiunque è al corrente che, rondini o non rondini, le cassette di sicurezza contengono preziosi, danaro o documenti importanti, per cui è assolutamente impensabile. La cosa ci pone sotto gli occhi anche un dato interessantissimo, cioè che le batterie, quando sono scariche, vanno cambiate subito nel telecomando del garage, per evitare di dover poi cambiare canale al televisore ed essere costretti a guardarsi una partita di calcio. Si ricordi che le pile per il garage sono due, quindi non ci si accanisca a fumare, se il medico ha detto basta.
  Si potrà provare con un surrogato, come la pipa al posto delle sigarette oppure con i sigari o ancora con la liquirizia o altri mezzi che distolgano dal vizio del fumo, ma non si potrà mai negare che la pittura di Salvator Rosa è incantevole. E’ una pittura che trasmette un bisogno represso di assoluto, un’ansia inappagata di infinito, per quanto sia noto a ognuno che nel basket un canestro vale 3 punti e un’oliva può essere nera o verde. Nessuno ignora per di più che il gelato può essere a pistacchio.
  Ma, si obietterà, se uno lo preferisce a zabaione? Basterà considerare che la formula risolutiva di un’equazione di 2° grado è la medesima e pertanto applicare la legge di Lavoisier, la quale assicura l’uguaglianza. Ne viene anche che l’ossido ferrico non si combina e allora bisognerà per forza travasare il vino, onde permettere che la cartuccia d’inchiostro nella stampante carichi l’apparecchio e le chitarre siano 2.
  Né altrimenti vale per lo zuzharec, solo a pensare che, mettendosi in macchina, una delle prime cose da fare è accendere il motore, controllando ben bene lo specchietto retrovisore e non avviarsi se non prima di aver accertato che dietro non c’è un altro veicolo in transito. Ciò ci indica chiaramente che la stagione della caccia si apre a ottobre ed è vietato farlo in altri periodi, per cui, se uno giustamente ha voglia di farsi un viaggetto in India, non è necessario che la luna sia all’ultimo quarto, basta che le farfalle stiano sui prati e che lo zero sia tondo.
  Si aggiunga che, partendo per un viaggio, va sfatato il mito che gli dei stanno sull’Olimpo per la semplice ragione che la successione dei numeri è 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e quindi non è ragionevole che quelli siano di più, cosicché è logico che, non essendolo, essi devono trovarsi da un’altra parte, come a dire che, se Mercurio è il messaggero, l’Iliade fu scritta dopo e Achille non potè uccidere Ettore, salvo il caso che Remo non avesse visto più uccelli di Romolo e un incontro di boxe non finisca sul ring del palazzetto dello sport al terzo round per KO.

  Un’ultima, però occorre riferire a proposito dello zuzharec degli Incas, cioè che potrebbe consistere altresì in una statuetta non figurativa, cioè astratta ante litteram e perciò con valore artistico, con l’intesa in tale evenienza che, nel fare le valigie per l’India, si abbia l’accortezza di portarsi guanti e sciarpa, caso mai passi per la testa di andare in Caracorum. Qualora, poi, in luogo di partire per l’India, si voglia prendere in esame la possibilità di fare una scampagnata, non si dimentichi che la misura è 5,489 metri, onde poter correttamente eseguire il calcolo, senza trascurare i pop corn e il barbiere di Siviglia. Del resto la congiunzione più appropriata per continuare questo discorso nella prossima frase non può essere che né.

Piet Mondrian - L'Aja