domenica 1 maggio 2016

XINTING

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio



Geroges Braque - Interno con tavolozza


Dal mio romanzo in fieri Lungo il muro, ecco qualche altra pagina di un brano che sarà diviso in due tronconi, di cui questo è il primo. Poche cose da aggiungere, se non che si sviluppa nel rispetto di una formula compositiva personale e già da me collaudata. Ovviamente controcorrente nei confronti del corso attuale della letteratura pubblica italica, che gestiscono clan culturali e poteri meschini se non talora fuorilegge.














  stop saluti. Così finiva il telegramma, anche se non era vero che il doppio fa sempre quel numero. 477, per esempio è di più, ma ciò non significa che debba piovere per forza. Non per nulla, quando si dice bustarelle italiane, non s’intende dire tu o tu.

  Tanto per dire ancora, una viola non indica indubitabilmente lo strumento musicale e addirittura c’è chi ritiene che una nuvola sia vapore. In realtà il doppio può fare anche 88, mentre la misura in centimetri è un’altra. E non vi dico se al posto del centimetro si usa il chilometro, allora altro che viola, ci vuole la begonia!

  In effetti la begonia si addice ai vasi da balcone, in pratica la millesima parte del litro non basta a riempire una bottiglia e così succede che, per prendere un ascensore, uno debba schiacciare il pulsante del 3° piano. E lì, non ti capita di intravedere da un finestrone il vaso con una begonia su un balcone? Si capisce perciò per qual motivo la viola sia uno strumento e vi si suoni Brahms, mentre la begonia debba essere innaffiata.

  Non tanto come potè accadere che in una chiesa di Saviano, all’interno di una colonna di una fonte battesimale risalente al XV secolo, per caso infrantasi, venne a rinvenirsi un antico codice del duecento vergato per mano di un monaco sempre di Saviano, vissuto in quell’epoca presso la locale abazia certosina, poi rasa al suolo dagli Angioini di Francia a seguito di una rivolta dei baroni napoletani e del nolano avverso la monarchia, che avevano colà la sede del loro complotto. Non si trattava ovviamente al riguardo di stabilire se il vaso fosse di viola o di begonia, ma come Brahms avesse composto il quartetto per viola, 2 violini e violoncello da suonare. Sorgeva conseguentemente il problema di determinare univocamente se l’impianto di riscaldamento funzionasse a gas o a gasolio, il che presupponeva il terzo set.

  Qualora il set finisse 40-15, era indubbio che il tennista fosse cubano, se invece 40-15 che l’arbitro di gioco avesse sotto i 30 anni. Come avrebbe potuto sennò nel primo e secondo caso essere la partita non di basket? L’unica altra spiegazione alternativa era che il riscaldamento fosse a climatizzatori, con il necessario corollario che ci fosse l’alta marea a Gibuti.

  Ma, supposto che invece la pianta fosse di begonia, come poteva avvenire che il quartetto non fosse un quintetto o un trio? Evidentemente doveva essere che il set non fosse il terzo, ma il secondo. In tal modo si poteva affermare che in realtà le bustarelle non potevano che essere italiane. Italiane anche per il fatto che l’erba cresce, per cui il quartetto va suonato, supponendo naturalmente che la partita non sia di basket.

  Perché mai, direte la partita non dev’essere di basket? Ma è semplice, basti dire che la congiunzione e non significa che la begonia è una viola, semmai è l’ornitorinco ad essere un mammifero. Nessun dubbio, perciò che la misura debba esser fatta in centimetri e non in chilometri, onde evitare anche che il quartetto non sia in sol diesis.

  Dato il centimetro, avremo 183, cioè meno di due metri, segno che il tennista non ama la musica classica, dunque non ci si provi a rifilare bustarelle a pubblici ufficiali. Oltre tutto una bustarella non è cosa da pirla, nel senso milanese del termine, ma nemmeno da minchione o da burino, e allora ditemi voi se un torinese, nell’affacciarsi sul Po, non deve uscirsene con un neh!, intendendo significare che una bustarella è una cosa seria e non può che essere italiana.

  Sul che ci permettiamo di dubitare, se non altro in considerazione del famoso principio machiavellico, secondo cui pur che sia bustarella tutto fa brodo. Così stando le cose, il punto è acclarare com’è possibile che una conchiglia stia sulla spiaggia, al fine di venire a capo del famoso principio, che in tal caso non varrebbe, visto e considerato che quale può essere il fine che può avere una conchiglia, se il mezzo è stare sulla spiaggia? Potrebbe mai essere, non so, prendere la tintarella o altrimenti ballare con le onde o, che dire, giocare con la sabbia bagnata? Non riuscendo a raccapezzarmi in merito, girerò la questione a qualche studioso, affinché la risolva alla luce semmai del precetto recitar cantando, che torna sempre utile.







Jean Arp - Scultura di essere perso in una foresta




  Nel frattempo, gioverà sapere che il codice dugentesco, di mano del frate certosino Herardo Savianensis, raccontava, come risultò ai primi esami filologici le vicende culturali del II secolo dopo Cristo a Nola e dintorni, una specie di cronaca della vita intellettuale ed artistica di quell’epoca nella cittadina campana. Fin qui, nulla di speciale, se non il contributo storico del codice, nonché il suo non disprezzabile valore letterario, date le valenti doti compositive di Herardo, che sembrava destinato a crescere nella stima dei critici, fino al punto da essere collocato, correva voce, accanto a Giovanni Pontano, maestro di scrivere latino del quattrocento. Era probabile il codice fosse stato murato in quella pila battesimale, per difenderlo dagli Angioini, che sicuramente l’avrebbero distrutto per le stesse ragioni che demolirono il convento di frà Herardo, anche lui, come i suoi confratelli quasi certamente passato a fil di spada o, chi sa, riparato s’ignora dove. Le ricerche storiche finora condotte non hanno, però permesso di accertare se la bustarella fu pesante o leggera, vale a dire esattamente il contrario di suonare il clacson.

  Con il che pare dimostrato che la conchiglia stava sulla spiaggia, ma non che il quartetto fosse di Brahms, tant’è vero che c’erano pure i ciottoli sulla sabbia, a garanzia che il mare non era mosso e così era impossibile pensare che il famoso principio machiavellico fosse senza la bustarella in Italia non c’è neanche la barella. L’illustre Niccolò da Firenze non avrebbe, credo, ai suoi tempi neppure immaginato che i suoi incliti studi avrebbero partorito tante belle mazzette italiane per, che so, vincere un concorso, letterario anche che fosse. In tal modo avvenne che Herardo Savianensis scrisse il suo codice dugentesco De nolana otia. Condizione necessaria ne era che un quarto era di meno.

  Non, però la musica da camera, che, infatti andava eseguita in pubblico, per cui non ha senso parlare di essere o non essere, visto e considerato che gli strumenti possono essere uno, due, tre e via dicendo e, per esempio, Cimarosa era di Aversa. A Nola e nel comune limitrofo di Saviano non per questo fece molto scalpore il rinvenimento del codice di Herardo e non tanto per le ciliegie sulle torte quanto per i puntini sulle i, voglio intendere che Napoleone era corso. Naturalmente colà, a Nola e Saviano, nessuno poneva mente che il già citato egregio Niccolò scrisse La mandragola e ce l’aveva molto con i preti, e a che pro avrebbero dovuto porvi mente, si dirà? Per capirci su questo punto, converrà scomodare il comma 3° dell’articolo 27, là dove recita è fatto divieto ai possessori di biglietto della lotteria vantare vincite prima delle estrazioni e ciò ci dice chiaro e tondo che allora è grano quando sta nella botte, volendo significare appunto quanto dicevamo noi.




venerdì 1 aprile 2016

TROUBADOUR


L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente facilmente obliterabile del nostro passaggio



San Sebastiano - Antonello da Messina


Come un antico troubadour, eccomi a una nuova composizione poetica. Segno forse di una mia rinnovata fiducia nella poesia? Per niente, sono ben conscio che anche questa, come le altre precedenti, non servirà a nulla, se non a riconfermarmi nella mia lucida disperazione. Più che altro questi versi rappresentano, in un'Italia come l'attuale, malata e sbagliata, vittima com'è di clan, poteri meschini e discriminazioni territoriali, la manifestazione di un mio atto di fede nell'arte al di sopra di tutto e a prescindere da tutto, come una specie di eroico mio martirio nei confronti di quest'epoca senz'altro infelice.








SENZA VOCE



Lo stesso avviene se si torce un tubo

di ferro o si taglia l’erba a una siepe,

se il sole battente soffoca il piombo

perfino dei tipografi, se rompe

l’acqua il vetro congelando tutta,

il secchio se si sfonda per il troppo

peso, il fuoco se divampa in fretta.

Così dalle Alpi calarono, un lampo,

e si sparsero tra triclini, fori,

anfiteatri e are delle vestali.

Giacque così per sempre in fondo ai mari

il nostro galeone di gioielli

carico, al rientro dalle splendide Indie,

come così la grandine s’abbatte

e la cronaca registra tragedie.

E’ che ogni stella poi notte per notte

si consuma, una piuma di qua e là

è sballottata e sempre nella polvere

o nel fango finisce, anche una perla

per profani o per malelingue può essere

una biglia e un’autostrada un sentiero.

E’ uguale se si scorda il pianoforte,

la tubatura se perde nel muro,

se esce sempre al bar un flop alle carte.







martedì 1 marzo 2016

FROSAR

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente facilmente obliterabile del nostro passaggio




Henry Moore - Two Piece Reclining Figure Cut

Qui appresso la seconda tranche dell'episodio del mese scorso Lintrolac. Seguire la letteratura in lingua italiana di oggi nelle librerie o sulla stampa e, peggio in televisione, significa acconsentire ad una buffonata gestita dagli editori, dai clan e dai poteri meschini di questo paese. Forse, come ebbi a dire in un'occasione, la verità oggi viaggia su internet e sui social network, malgrado tutto più liberi rispetto ai canali tradizionali di comunicazione, tutti chi più chi meno asserviti a qualche logica machiavellica. Leggere quest'altra mia pagina di narrativa, tratta dal romanzo in corso Lungo il muro, può voler dire accostarsi più da vicino alla verità artistica e sfuggire alle bugie e mistificazioni dell'editoria nazionale









  Non fu perciò, quindi che si consigliarono tra loro sul da farsi. Uno, un passeggero dichiarò – In campagna si respira meglio, io, d’estate me ne vado lì – Un altro, un secondo passeggero – Secondo me il colore più bello è il grigio, sta sempre bene e non dà nell’occhio – Un terzo, uno dell’equipaggio – Una motocicletta rombante non è un cavatappi -. Decisero così che, appena scesi a Ischia, avrebbero fatto tutti il bagno. Ma Poseidone tornò a tuonare -  Non inchinatevi a me e fra qualche minuto starete in fondo ai gorghi, muti come pesci per sempre – E allora essi si misero a ballare un sirtaki e Poseidone si unì a loro in una grande festa sulla tolda della nave. Il capitano dell’imbarcazione fece sentire in quella la sua voce squillante, che catturò per un attimo l’attenzione di tutti, anche del dio – Un chiodo a pressione va infilato nel muro - . Alle 12 e 15 approdarono a Ischia. Naturalmente questa era la prova che un barbiere può chiamarsi anche Jò. 
  Ciò detto, mi sembra appena il caso di ricordare che nell’automobilismo pit stop non significa andare a tutto gas, per quanto nel far west una volta ci fossero gli indiani. Ecco come avvenne quel che avvenne a Palazzo Schioppa: divampò una infuocata disputa su chi fosse l’autore dell’affresco conteso, che in tanti non vollero riconoscere di mano berniniana. E ci fu (Teodoro Giobba) chi disse Giuseppe Ribera, chi (Lando Crimalchi) Bernando Cavallino, chi (Simone Arcolisci) Luca Giordano, chi (Eduardo Lava) Francesco Solimena, chi (Federico Salfi) addirittura Salvator Rosa. Poco mancò che si bucasse la ruota e si dovesse cambiarla, e allora si sarebbe dovuto anche andare dal gommista, solo che, dato che l’elettrauto si trovava più vicino, poi non si poteva sapere se fossero le candele ad essere guaste o bisognasse cambiare invece l’olio. Siccome non si trattava delle gomme, alla fine si optò per la I decade di Tito Livio e si lesse Machiavelli. A questo punto, tutto stava a decidere se era meglio lui o Guicciardini, al che si pensò giustamente che, per saperlo, bastava rivolgersi a un carrozziere, anziché a un gommista o a un elettrauto. Effettivamente così il colore poteva essere lilla metallizzato e si sarebbe risparmiato di scegliere tra Machiavelli e Guicciardini, tanto o l’uno o l’altro sempre occorreva aspettare la primavera per vedere introdotta l’ora legale. Un altro ebbe inoltre a dire che in fondo sia l’uno che l’altro dei due scrittori erano toscani e in una Campania autonoma o indipendente sarebbero stati quasi dei forestieri. Il problema, però era, ciò assodato, se un lombrico scava il terreno maggiormente in un giardino o nell’aperta campagna, per il semplice fatto che d’estate ci sono le pesche, laddove a Carnevale si festeggia con le maschere. Non vorrei che ora si fraintendesse e si credesse che le camelie profumano di più.


Luca Giordano - Il matrimonio della Vergine

  Gianlorenzo Bernini, per meglio capirci, non è che amasse le camelie più di tutto, ma, pur essendo napoletano di origine, visse a Roma. Egli, il massimo esponente del barocco italiano, secondo i biografi, rientrò a Napoli, dunque, per trovarsi al capezzale della madre in punto di morte e vi rimase per circa tre mesi, fin qualche tempo dopo la dipartita di quella e la sua tumulazione. Ebbene, non è che perciò le gomme della macchina fossero lisce, no, ma è che una guardata alla pressione non fa male, voglio dire che non devono mai essere sgonfie, quando si circola sulle strade. Federico Salfi, il noto storico dell’arte, ben coscio di ciò, faceva sempre controllare le gomme dal benzinaio e fu così che formulò l’idea che Bernini avesse dipinto lui l’affresco di palazzo Schioppa. L’illustre architetto, scultore e pittore, secondo le sue ricerche, non è che possedesse una Renault, ma era pur sempre di sangue partenopeo, tant’è vero che comunemente si dice non c’è due senza tre. E pertanto Salfi asseriva che Bernini nel trimestre che si fermò a Napoli per restare presso la madre morente, fu ingaggiato dai baroni Schioppa di Carinola perché eseguisse nel loro palazzo di via Mirto angolo via Toledo un affresco raffigurante la nascita di Partenope dal fiume Sebeto, cosa che il genio del barocco poi realmente fece in quel lasso di tempo. Non per nulla un affresco non è un rinfresco, che avrebbe comportato più panini imbottiti, qualche wurstel, del cotechino e tanto champagne, cosicché l’artista napoletano, passati i tre mesi, se ne ritornò a Roma. Con ciò non significa che a Nola o, non so a Saviano o Marigliano o Ottaviano, tutti comuni del nolano, si viva meglio, nient’affatto, ma solo che, quando si gira in macchina, bisogna avere sempre l’accortezza di portarsi appresso la ruota di scorta in buono stato, caso mai la partita finisca 4 a 1 e i tifosi allo stadio urlino urrà.
  Giustamente si osserverà ma lei è del nolano? e risponderò sì, ma non è vero che ho le gomme sgonfie alla macchina, basti dire che al rinfresco c’erano perfino dei rotoli di calamaro al graté. Se è così, allora com’è possibile che Giordano Bruno finì sul rogo? Era nolano anche lui, no? Spiego subito: un mio amico elettricista, avendo acquistato una Citroen, si fermò dal benzinaio e questi gli chiese controllo le gomme? Lui rispose sì, dopo aver fatto benzina.
  In tal modo fece anche Giordano Bruno, ma siccome a Roma facevano i festini in Vaticano, Lutero protestò. E non ti andarono perciò in giro con le gomme sgonfie? Il mio amico elettricista fu conseguentemente dichiarato eretico a causa della sua Citroen e immediatamente messo al rogo dai Gesuiti in Campo dei fiori a Roma. Non solo, ma le camelie fu definitivamente dimostrato che non sono dalie.
  La circostanza non è priva di importanza, solo a pensare che nel nostro paese un editore manovra i suoi cronisti come fossero suoi lacché e chi non fa come dice lui, fuori. E poi, non si creda, come solitamente si sente dire, che non c’è rosa senza spine, perché ci sono anche le dalie, le camelie, le azalee, i tulipani, le orchidee, i giacinti, i girasoli, i gerani. Ne esce confermato che le camelie non sono dalie, come pure la pinza, il trapano, il martello. Va al riguardo puntualizzato che un chiodo prima si estrae quello vecchio, poi si fa un nuovo foro, infine si ficca nel muro. Dopodiché si appende il quadro e qui ritorniamo punto e daccapo: to bie o not to bie?
  Sì, perché, ditemi voi, se le camelie non sono dalie, com’è possibile che, saliti su non so una Porche, uno vada per controllare la pressione alle gomme e gli venga candidamente comunicato che sono lisce? E’ la Porche che non è una Renault o la Citroen che non è dell’elettricista? Ci si può consolare solo dicendosi che dopo tutto anche le ortensie sono fiori, malgrado l’aperitivo.   
  E perché un digestivo no? Sicuramente, è sufficiente dire che un gommista ne beve, quindi le ruote possono benissimo essere lisce. Il ragionamento adesso ci porta logicamente a concludere che l’elettricista aveva ragione quando diceva che un benzinaio non è un gommista. In realtà egli, e così tutto quadrava, aveva comprato una Citroen, non una Peugeot.
  Vuoi vedere che è per questo se tra Bernini, Giuseppe Recco, Luca Giordano, Salvator Rosa e tutti gli altri che furono chiamati in causa da critici e storiografi, non si riusciva a capire chi fosse l’artefice dell’affresco di palazzo Schioppa? Bernini dicevano certi no, è troppo poco architettonico; Recco dicevano altri no, manca della freschezza che alberga nei suoi dipinti; Salvator Rosa obiettavano altri ancora, no, manca di fantasia surreale.  E analogamente per gli altri candidati, c’erano sempre degli studiosi che avevano qualcosa da ridire, sicché quell’affresco di palazzo Schioppa pareva di tutti e di nessuno. Non si finiva più in tal guisa di avanzare ipotesi sulla sua paternità e puntualmente di screditarle. Si arrivò al punto a Napoli di fare la fila presso i gommisti, tanto le dalie erano ricercate ai negozi di fiorai.
  La cosa continuò a trascinarsi così irrisolta per mesi, come fosse che una BMW non potesse avere le gomme sgonfie, quando poi erano le camelie a profumare, non i contrabbassi. Tutt’al più si poteva credere che i violoncelli profumassero, benché fossero in tanti a preferire i clarini. Alla fine un fagotto perché non avrebbe potuto profumare lui? Fatto sta che la vendita dei tulipani crebbe a più non posso, dopo che si diffuse la voce che italiano non significava quello. Tutti si chiesero quale fosse la pressione corretta per le gomme e si stabilì che quella di scorta doveva essere alla stessa pressione.
  Ovviamente il manometro per la misurazione non doveva essere confuso con il barometro, come fecero molti automobilisti. Essi però, in cambio, ricorrendo ai barometri, date le file dai gommisti, fecero indovinatissime previsioni del tempo. Nonostante prevedessero pioggia e maltempo per tre giorni di seguito, la vendita dei tulipani non calò, anzi furono le Renault, non le Opel. E ci fu chi dalle reti Sky annunciò che, dato il protrarsi degli affollamenti presso le officine dei gommisti, a Napoli era stato ufficialmente deciso di porre fine una volta per tutte alla diatriba su chi fosse l’autore dell’affresco di palazzo Schioppa. Il cronista Sky aggiunse anche che le dalie non erano camelie, e molti non capirono.
  Manco a farlo apposta, in effetti, le gomme delle macchine erano 4+1, quindi bisognava aggiungere 1, il che giustificava pienamente l’aggiunta nella notizia da parte delle reti Sky. Fatto si è che numerosi telespettatori pensarono bene, una volta appresa quella notizia, che, come le dalie non erano camelie, così non si doveva più andare alle partite di calcio su tutto il territorio nazionale e allo stesso modo altri non vollero più acquistare i giornali. Similmente la nostalgia.
  Per di più i telespettatori erano sia maschi che femmine, dunque, non essendo unisex, indossavano abiti di taglio ben diverso. Ne viene anche che l’acquedotto serve le case dei cittadini, così come le linee telefoniche, della luce e del gas. Altra conseguenza è che un concerto di musica da camera si può fare. Inversamente una lavastoviglie va caricata col sapone, per cui non ha senso dire questo quadro è brutto. Resta il fatto che le albicocche sono morbide, i mobili di legno, i lampadari pendono dal soffitto, neanche le carote non stessero sotto terra, come le patate, e gli zucchini non fossero verdi. Per il resto, i cavalli galoppano negli ippodromi.
  Gli stessi non rimasero coinvolti nella controversia a proposito dell’affresco di palazzo Schioppa.  Questa sembrava incomponibile, a tal segno da indurre la Soprintendenza alle Belle Arti e Monumenti di Napoli ad adottare come estrema ratio una soluzione assolutamente sui generis per cavarsi d’impaccio e sperare quello stallo insormontabile. In altri termini i grissini sono un utile spuntino e si discostano dagli omnibus per il fatto che questi si fermano a tutte le stazioni, ma non il ferro dolce.
  La latta è proprio così, ferro dolce o ghisa? Ben altrimenti, il cemento s’indurisce contrariamente alle dalie, che, come fiori profumati, non coincidono con l’area. Il volume è, invece quello del cemento, ma un po’ minore, in quanto la latta è più debole, per cui, quando si misura l’altezza, viene sempre più alta, di circa 5 cm. 7, infatti è troppo, perché corrisponde ai colori dell’arcobaleno, 4 è poco, perché il quadrato è un poligono. Non rimaneva che sentenziare che l’affresco di palazzo Schioppa apparteneva a tutti gli artisti candidati, fino a successivo eventuale accreditamento. Così fece la Soprintendenza di Napoli, assegnando a tutti i nomi avanzati, Bernini, Giordano, Rosa, Recco, Cavallino e gli altri quell’opera d’arte, un po’ all’ uno un po’ all’altro, dal momento che essa sembrava avere un po’ di ognuno di essi, senza averne tutto. Tanto per dire, il cannocchiale serve, una borraccia pure, un caricabatterie. Di Bernini aveva l’originalità e la grandezza, di Salvator Rosa la magia del colore, di Giordano la monumentalità, di Recco la naturalità, di Solimena l’eleganza, e così per ogni altro dei pittori della scuola napoletana del XVII secolo vi era qualche tratto tipico che apparteneva all’affresco. Eppure, in autostrada la velocità non dipende dallo stesso motivo, intendo dire che non bisogna estrarre la radice quadrata di x, ma pagare il pedaggio.  
  Ecco come avviene che, cliccando sul nome, si apre una finestra su cui si legge inserire i propri dati anagrafici e una fotografia, dopodiché premere il piede sull’acceleratore e innestare la freccia a destra, facendo in modo che compaiano tutte le tappe della carriera nel curriculum, che si avrà cura di firmare alla fine, apponendo la data del giorno e avviandosi sulla tangenziale a non più di 80 Km orari, tanto più che le stelle sono bianche la notte. Non dimenticare che  i cani fanno bau bau

lunedì 1 febbraio 2016

LINTROLAC

L'eretico Bruno costituisce l'organo ufficiale dello scrittore (narratore e poeta) Gerardo Allocca, che vi pubblica a tutti gli effetti legali suoi contenuti letterari o saggistici. Si diffida chiunque dal riprodurli in parte o integralmente, essendo protetti dal diritto d'autore. Già dal nome il blog L'eretico Bruno tradisce la sua diretta. correlazione con il filosofo nolano. E se da un lato il riferimento ad un eretico finito sul rogo non è proprio di buon auspicio, dall'altro questa intestazione suoni anche come un avviso nei riguardi di certi ambienti e clan al titolare di questo blog ostili che noi nolani abbiamo la testa dura, andiamo fino in fondo e lasciamo un segno non facilmente obliterabile del nostro passaggio




Wassily Kandisky - Mit und gegen
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Continua la presentazione degli scritti dell'autore di questo blog. E' la volta di Lintrolac, un nuovo episodio (per la verità composto diverso tempo fa) dal romanzo in corso Lungo il muro, che verrà distribuito in due tranche, di cui questa è la prima. Inutile dire che si tratta di una sfida aperta conto la pochezza e indegnità della editoria letteraria italica, per lo più milanese e torinese, come pure di un paese, come questo, che si regge sulla menzogna e la dissimulazione della verità. Altre parole, per chi ha già esperienza di questo genere stilistico e narrativo assolutamente personale, di cui sono il coniatore ed artefice ex-novo, non servono. 




  Jagghess forse vuol dire qualcosa, ma non ho idea che. Non potrebbe sicuramente indicare quanti anni aveva sul groppone Matusalemme, se non altro per il fatto che un ottagono richiederebbe anche gli angoli nella figura, laddove il basilico è verde e un lampadario deve portare le lampadine. Ma Jagghes potrebbe anche essere il cognome di qualcuno, certo, ma allora le motociclette dovrebbero essere più potenti, sennò come potrebbe il sedano essere anch’esso verde?
  Bando alle ciance su Jagghes, ho già abbastanza problemi con la pittura napoletana del ‘600. Sarà che avrò sentito quel nome da qualche parte, ma ciò non implica che debba per forza sorbirmi un tè al bar. E se prendessi uno skotch? Non sarà questo a tediarmi l’anima. Un caffè lungo, e via.
  Venendo al dunque, dicevo che Matusalemme aveva gli anni, e perché Alì Babà no? Il punto non è, allora Matusalemme o Alì Babà, ma le piastrelle del bagno devono essere 15x30 oppure 25x25? Onde scegliere al meglio, mi rivolgerò a un avvocato, che possa illuminarmi sulla possibilità o meno di diventare ballerino. Ballerino, direte? Ballerino, quello, precisamente. Immaginarsi che, qualora diventassi ballerino, dovrei disporre di una patente di guida, e secondo voi, avere una patente di guida non esige che uno sia maggiorenne e, se maggiorenne, uno non potrebbe anche chiamarsi Jagghes? Jagghes potrebbe, perciò, non essere il venditore di piastrelle, cosicché la scelta dipenderebbe solo da me, e vuoi vedere allora che non saprei decidere tra 15x30 e 25x50? Lapalissiano.
  Ma veniamo alla pittura napoletana del ‘600. Basti dire che una confezione di detersivo per i pavimenti è in genere di plastica, per capire che la pittura non è la scultura e, se è così, mi sapete dire per qual motivo nel nostro paese arricchirsi spesso esige di essere disonesti, per cui tanti sono i danarosi che si sono procurate le loro fortune per mezzo di imbrogli e inghippi, altro che lavoro? E solo a considerare che la pittura non è neanche l’architettura, sorge logica la conclusione che da noi rubare è meglio. Ecco che in tanti dicono alla fine, o pittore o scultore, basta che sia arte. Arte non carte, nel senso di non prendere il taxi.





  Qualcuno obietterà che i giornalisti fanno gli articoli o i servizi. Ebbene? Contano tutte quelle fandonie alla gente, per fare gli interessi dei loro padroni editori, e questo non significa fare del cinematografo? Se è giusto quel che dico, sarà anche giusto che un calciatore tira i calci e la gente impazzisce per lui, insomma la pittura non è scultura. Non essendolo, mi sembra ovvio che Jagghes venda la piastrelle ed io scelga, che so, 35x50.
  Ma non so se Jagghes sia un cognome, un nome di persona o che. Mi limito a supporre che, messo il coperchio sullo scatolo, dentro ci sia qualcosa, tipo cappello, guanti, libri, conserve di pomodoro, birra. Questo perché, data la ellitticità dell’orbita di Marte, dopo non mi si venga a dire lo scatolo era vuoto, con il che Jagghes sarebbe bell’e sistemato, cioè la mela caduta davanti agli occhi di Newton. Ora, sistemato che fosse, vorrebbe dire che fu Galilei a far cadere la mela?
  Signori, il fatto sta tutto lì, nell’essere un lombrico nel terreno, così da scavare tanti cunicoli dove passa l’aria, a condizione che il prezzo del cappello nello scatolo non sia troppo alto. Il lombrico naturalmente striscerebbe, ma non le formiche, che zampetterebbero a torme, non tanto come l’acqua che bolle nella pentola, ma il bowling. E rieccoci al punto di prima: visto che l’acqua bolle, per quanto non sia il bowling, ma il lombrico che non è la formica, dev’essere per forza che la pittura non è la scultura. Eppure il solo rammentare che la III sinfonia è in mi maggiore ci assicura che la mela cadde e furono o Newton o Galilei.
  E non finisce qui, basti dire che l’italiano è una lingua, ma lo parlano a seconda del posto, in pratica il cappello sta dentro lo scatolo e non il bowling, voglio dire che c’è l’italiano di Turin, de Milan, de Venessia, l’italiano de Roma, di Luha, e’ Palemmo, l’italiano di Ferara, di Zeina, per capire che l’Italia è un’illusione di certi italiani. L’illusione ci porta a considerare che la mela di Newton cadde dall’albero per conto suo e non fu Galilei, in sostanza non dipese dal cappello se nello scatolo c’era solo un vaso. (capovolgimento del vaso).
  Vaso su o vaso giù (sottosopra), Galilei disse il pendolo va su e giù. Ma non fu lui a dimostrare definitivamente che era la pittura, non la scultura. Cerchiamo di capirci: era avvenuto a Napoli che nel palazzo Schioppa, in un vicolo di via Toledo, c’era un affresco raffigurante Partenope che sorge dal Sebeto e questo affresco era, dunque pittura, non scultura. Non essendo scultura, nessuno avrebbe potuto dire a prima vista questa nave nel porto va in India o va in Norvegia o dove. Il problema era dunque stabilire se la nave fosse diretta o no a Caracas, accertata la qual cosa, bastava acquistare il biglietto e partire per Caracas. Mettiamo, però che la nave non facesse rotta per il Venezuela, bisogna sempre assodare se il vaso nello scatolo fosse o no capovolto. La cosa si complicava nel caso in cui nello scatolo ci fossero le birre, poiché, a capovolgerle, si faceva tanta di quella schiuma che, tolto il tappo, la birra sarebbe tutta traboccata fuori, con il rischio che magari la nave addirittura fosse una barca da pesca e non andasse a Caracas, ma tornasse in porto con le casse del pesce catturato, da mettere subito sotto ghiaccio, per conservarlo meglio.
  A quel punto, nel caso che fossero tutti polpi, sgombri, cefali, orate, totani, seppie, calamari, aguglie, spigole, non potevano anche essere trote, carpe, lucci, anguille, persici e perciò restava univocamente e rigorosamente confermato che la pittura non è scultura? Diversa la conclusione se la nave fosse destinata a Caracas, infatti il vaso non sarebbe apparso capovolto, in modo che immediatamente la mela sarebbe caduta dall’albero e Newton avrebbe pensato che Galilei anch’egli pensasse che ci fossero sul sole le macchie, da cui avrebbe ricavato la diretta proporzionalità con il prodotto delle masse, ma non, purtroppo, la fuoriuscita della birra dalla bottiglia, che restava unicamente correlata al capovolgimento, escluso se fosse stato il vaso ad essere capovolto.
  Ora ci domandiamo: e se fosse stato il cappello nello scatolo, allora la mela non sarebbe caduta dall’albero? Qui noi confessiamo la nostra pochezza e di non essere all’altezza di rispondere, dopodiché ritorniamo alla pittura, che, non essendo scultura, non ci permette di stabilire con sicurezza e indubitabilmente se la nave nel porto facesse rotta per Caracas, ma solo il 3 e 14, altrimenti non potremmo affermare c’è dentro il vaso o c’è dentro il cappello.
  E se il 3 e 14, perché no la plaza de Mayo, dove Goya si dimostra grande artista? La risposta qui impone una domanda: qual è quel detersivo per la casa che pulisce le vasche, ma non i pavimenti e che, se uno sta dormendo, non significa che debba russare per forza? Voglio dire insomma che, se quel detersivo è liquido, non va messo in frigorifero e, se è in polvere, è possibile usarlo anche per lavare i piatti. La conclusione di tutto è che il quadro di Goya non è stato mai rubato. Ma, così stando le cose, siamo autorizzati a dire che il 3 e 14 non serve solo per trovare la circonferenza, ma anche l’area del cerchio e quella della sfera, non tuttavia che nel nostro paese non rubino opere d’arte, tutt’altro.
  Il rubare è, dunque connaturato alla nostra gente? Cominciamo col dire che un rubinetto che si rispetti va lavato, poi aggiungeremo il 3 e 14 e ci apparirà evidente che il Tintoretto rubato fu ritrovato, ma non il vaso di epoca romana. Si vede che il Tintoretto non beveva coca-cola, laddove il vaso, non essendo infrangibile, differiva dal tango. Quest’ultimo in effetti si balla, a differenza del popcorn, che va acquistato. Tango o non tango, resta il fatto che una mazurka è più economica, nel senso che una tartaruga ha la corazza, la maratona è più lunga. 7 litri, comunque è di più, sia perché il vino è comunque un alcolico, sia perché non vi sono confezioni omaggio, tipo prendi tre barattoli di piselli in conserva, non le olive bianche.
  Qualunque sia poi il prezzo, non dimenticare che alla cassa del supermercato il sassofono è sempre uno strumento, per cui un trio di Brahms va suonato e il ferro da stiro. Ne viene anche che 7 litri di birra bastano, contrariamente al grado centigrado, che bisogna misurare col termometro.
  In 4 e quattr’otto non erano, pertanto i 7 litri di birra che erano successi a palazzo Schioppa di Napoli, né 44° C, ma l’affresco. Sinteticamente, al 2° piano vi era un rinomato affresco d’autore, che richiamava sempre studiosi e pubblico di visitatori, essendo il palazzo un monumento pubblico. Orbene, neanche i litri di birra fossero 8, la temperatura era sempre quella ambientale, cioè niente di speciale. Il punto, però era che l’affresco, oramai un classico della pittura, era da sempre attribuito alla mano di Giuseppe Recco, quando improvvisamente il critico d’arte Ciro Cerchia se n’era uscito a sentenziare che non era affatto così, ma che l’aveva dipinto niente di meno che Gian Lorenzo Bernini, in una sua venuta a Napoli, di ritorno nella sua città natale in occasione della perdita della madre, per onorare prima il suo capezzale poi il suo sepolcro. Allora il barone Schioppa gli aveva commissionato l’affresco, che egli aveva eseguito a tempo di record, due tre settimane, prima di riprendere il cammino alla volta del Vaticano. Ci crederete se vi dico che quella notizia, uscita sulla stampa, non bastò come i 7 litri di birra?
  Si dirà, perché la gente si ubriacò e bevve ancora. Nient’affatto! Non è che ci vollero altri litri di birra, ma il sole sorse come sempre a Napoli e il pesce si vendette a peso come sempre. Fu, però che ne nacque un vespaio di polemiche non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche tra l’opinione pubblica. Necessita a questo punto che vi spieghi una cosa: in marineria, quando una nave sta per essere passata in disarmo, a Napoli si dice che va in pensione. Ebbene, una di quella che stava per andare in pensione un giorno prese il largo per una breve traversata a Ischia, con poco equipaggio e pochi passeggeri paganti in giro turistico. E non ti capita lungo il tragitto che sul mare si accampa il dio Poseidone e col suo tridente si mette ad apostrofare quelli sulla nave – Mortali, vedete la mia potenza, io posso far rovesciare la nave, sommuovendo a più non posso le onde, se non mi venererete con i vostri onori - ? Quelli sulla nave, rimasti allibiti, non pensarono che un barbiere può benissimo chiamarsi Frank.


Salvator Rosa - Ritratto di Lucrezia come Sibilla